Titolo: Il patriarcato economico
Regia: Michele Riondino
Interpreti: Michele Riondino, Stefano Accorsi, Tecla Insolia, Fabrizia Sacchi, Viola Basso, Eleonora Panizzo, Chiara Sacco, Andrea Pennacchi, Valentina Bellè, Valerio Jary.
Distribuzione: Rai Art / Film
Voto: A
Nonostante alcune stranezze da parte della sceneggiatura, Primavera è un gran bel film che è, per alcuni aspetti, il Barry Lyndon italiano. Prima di farmi prendere la mano e attaccare un panegirico non indifferente del film, devo spiegare il mio paragone con la luce: soprattutto tramite la luce naturale, il film vuole ricreare un periodo molto importante, il Settecento, e un'istituzione cardine di questo periodo, ovvero l'Ospedale della Pietà, un luogo in cui giovani donne potevano studiare musica e rendersi utili alla comunità presentando una serie di concerti. La fotografia di Daria D'Antonio è fantastica, capace sia di presentare lavori immediati, possibili da comprendere, sia situazioni scabrose e pesanti, come quelle messe in atto dai due personaggi che sembrano essere i più negativi.
Il primo è la priora, un'ex orfana presentata con un garbo straordinario da Fabrizia Sacchi, che prima uccide dei gattini ma poi darà alla gatta Cecilia una possibilità. L'altro villain è l'eroe di guerra Sansevero, interpretato da un grandissimo Stefano Accorsi. Questo per me è, dal punto di vista mondiale, l'attore maggiormente sottovalutato al mondo, capace sia di presentare un personaggio di mondo, brillante ma anche crudele, che taglierà le ali a Cecilia.
La protagonista – emblema di tutte le eleganti donne vestite di rosso da moretta, bellissimi i montaggi che le fanno vedere sui canali – è Tecla Insolia, grandissima musicista ma rosa da un'ossessione: sapere chi è la madre. Un'ossessione che assume due caratteristiche: quella normale infantile, che vediamo quando si sostituisce alla più giovane Angelica (una bravissima Viola Basso) e abbraccia la madre di questa (l'ottima Eleonora Panizzo), ma anche quella che si riflette nella scrittura, nelle lettere, nelle note che in fondo sono l'inchiostro che ci racconta questa storia. Un inchiostro buttato nelle acque dei canali durante l'uscita di Magdalena (la bravissima Chiara Sacco), che come tutte le altre ragazze dovrà rinunciare alla musica, oppure quella che la mette in confronto con due figure: il primo compositore, il formale e legnoso Don Giulio, e soprattutto lui, il Prete Rosso, il bravissimo Antonio Vivaldi interpretato benissimo da Michele Riondino. Qui abbiamo un personaggio che vuole farsi accettare da Venezia ma non ci riesce perché privo dello spirito commerciale (di quello che il commediografo Goldoni nella Venezia di un secolo dopo definiva come la base del tutto, ovvero i soldi e la mentalità commerciale). Si tratta di una mentalità che il povero Vivaldi non ha, ma che possiede il governatore, il bravo e intrepido Andrea Pennacchi, colui che riesce a domare Sansevero offeso nell'onore, ma che sa anche prendere una delle tante regine senza corona, la bravissima Valentina Bellè (la contessa Pontini), e anche il sovrano straniero, il machiavellico re di Danimarca amico dei veneziani, Valerio Jary. Un leone in gabbia. Un film da vedere e rivedere.
Robert Fogelberg Rota