LL'Odissea di Nolan e quella di Camerini: due viaggi, due epoche
Si è parlato moltissimo dell'operazione cinematografica con cui Christopher Nolan, affiancato dal suo abituale direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, ha deciso di confrontarsi con l'Odissea di Omero. In questo saggio vorrei mettere a confronto la sua interpretazione con quella realizzata nel 1954 da un altro grande autore del cinema italiano, Mario Camerini, che grazie alla splendida fotografia di Harold Rosson diede vita a una delle più celebri trasposizioni del poema omerico.
Entrambi i registi, pur appartenendo a epoche molto diverse, hanno cercato di innovare il linguaggio cinematografico del proprio tempo. Nolan si affida alla spettacolarità dell'IMAX e a una fotografia che alterna monumentalità e intimità; Camerini, invece, sfrutta il Technicolor come strumento narrativo, realizzando un film che per il pubblico degli anni Cinquanta rappresentò un'autentica meraviglia visiva.
Prima di affrontare il confronto tra le due opere, desidero evitare una polemica che ha accompagnato l'uscita del film di Nolan. Pur riconoscendo che il regista abbia una sensibilità culturale che molti definiscono progressista, ritengo che ridurre il film a una presunta operazione "woke" significhi semplificarlo eccessivamente. Le scelte di casting possono piacere oppure no, ma dovrebbero essere giudicate soprattutto in funzione del risultato artistico.
Per questo motivo non condivido molte delle critiche rivolte a Elliot Page. La sua interpretazione di Sinone mi è sembrata convincente e il personaggio assume il valore simbolico dell'idealista coinvolto nella tragedia della guerra. Allo stesso modo considero Lupita Nyong'o un'attrice straordinaria: personalmente l'avrei trovata perfetta nel ruolo di Clitennestra, mentre nutro qualche riserva sulla sua Elena. Si tratta però di una preferenza personale sul modo in cui immagino il personaggio, non di un giudizio sul talento dell'interprete.
Un'altra critica spesso rivolta al film riguarda le armature. È vero che non riproducono fedelmente quelle della Grecia micenea, ma bisogna ricordare che l'ambientazione storica dell'Odisseaè tutt'altro che priva di interrogativi. Alcuni studiosi hanno persino ipotizzato scenari diversi dal Mediterraneo orientale. Inoltre un'aderenza assoluta ai reperti archeologici avrebbe probabilmente limitato la mobilità degli attori e la resa delle scene d'azione. In questo caso Nolan sembra privilegiare la funzionalità cinematografica rispetto alla ricostruzione filologica.«L'Ulisse di Camerini è ancora un eroe classico. Arrogante, seduttore, spesso brutale, ma animato da una fiducia incrollabile nelle proprie capacità. È il riflesso di un cinema nato pochi anni dopo la Seconda guerra mondiale, che vede ancora nell'eroe una figura capace di ricostruire il mondo. L'Ulisse di Nolan, invece, è un uomo profondamente segnato dalla guerra. Matt Damon interpreta un protagonista malinconico, tormentato, spesso incerto, che porta sulle spalle il peso delle proprie scelte e dei propri ricordi. Il viaggio non è soltanto un ritorno a casa, ma anche un difficile percorso verso la riconciliazione con sé stesso.»
L'episodio dei Lestrigoni rappresenta uno dei momenti in cui Christopher Nolan si allontana maggiormente dalla semplice ricostruzione archeologica per affrontare un tema che gli è particolarmente caro: la storia della mentalità umana. La brutalità non è soltanto quella dei mostri o dei popoli lontani, ma nasce anche da una società che si considera depositaria della civiltà e della legge di Zeus. In questo senso il film riflette sul sottile confine tra ordine e violenza, mostrando come anche gli Achei siano responsabili di atrocità in nome della propria superiorità morale.
Questa idea emerge con forza attraverso Agamennone, interpretato da Benny Safdie. Il personaggio non è soltanto un comandante autoritario o un sovrano assetato di gloria: rappresenta la volontà di potere alla quale Ulisse è costretto a piegarsi, pur conservando una crescente inquietudine morale. È una figura che domina l'intera vicenda e che conferisce un significato ancora più tragico alla costruzione del cavallo di Troia.
Accanto a lui si distingue un Menelao interpretato da Jon Bernthal con grande carisma. Il suo è un re duro, impulsivo, quasi brutale, ma proprio questa energia rende credibile un uomo consumato da dieci anni di guerra. Il dialogo con Telemaco contribuisce inoltre a mostrare il peso dell'eredità lasciata dalla generazione degli eroi.
Telemaco costituisce uno dei confronti più interessanti tra le due opere. Tom Holland, nel film di Nolan, e Franco Interlenghi, in quello di Camerini, offrono interpretazioni convincenti, ma il personaggio rimane soprattutto il custode della memoria del padre. È una figura in attesa, destinata a crescere soltanto attraverso il ritorno di Ulisse.
Ancora più evidente è la differenza tra le due Penelope. Anne Hathaway costruisce una donna autonoma, intelligente e capace di affrontare il potere con fermezza. Penelope non è più soltanto il simbolo della fedeltà, ma una protagonista che agisce e prende decisioni. Anche Mario Camerini cerca di attribuire importanza al personaggio, affidandolo all'eleganza di Silvana Mangano. Tuttavia, nella memoria dello spettatore, la sua Penelope finisce inevitabilmente per essere oscurata dalla straordinaria interpretazione della stessa Mangano nel ruolo di Circe.
Le due Circi rappresentano infatti visioni completamente diverse. Quella di Camerini è una maga affascinante, quasi irreale, sospesa in una dimensione da favola. Samantha Morton, invece, interpreta una Circe profondamente umana: una donna concreta, intensa, capace di sedurre senza artifici. Il rapporto con Ulisse non assume i contorni della grande storia d'amore, ma diventa l'incontro tra due persone ferite che cercano, ciascuna a modo proprio, di sopravvivere.
Vorrei infine soffermarmi su Antinoo, forse il personaggio secondario più interessante dopo Argo. Camerini affida il ruolo ad Anthony Quinn, che gli conferisce una presenza mediterranea, energica e istintiva. Nolan sceglie invece Robert Pattinson, costruendo un Antinoo più freddo, calcolatore e psicologicamente complesso. Pur essendo il più crudele e ipocrita dei Proci, è anche l'unico che sembra possedere una propria visione del potere e del mondo. Proprio questa profondità lo rende, a mio avviso, uno degli antagonisti più memorabili dell'intera vicenda.
La differenza più profonda tra i due film non riguarda il cast, i costumi o la spettacolarità, ma il modo in cui i due registi guardano al mondo.
Mario Camerini realizza la sua Odissea nel 1954, in un'Europa che, pur ancora segnata dalla Seconda guerra mondiale, guarda con fiducia alla ricostruzione. Il suo Ulisse affronta un viaggio difficile, ma il ritorno a Itaca rappresenta la possibilità di ristabilire un ordine perduto. Anche quando il racconto si fa oscuro, permane sempre una luce di speranza.
Christopher Nolan, invece, sembra interrogarsi sul destino dell'Occidente contemporaneo. La guerra non appare come un evento concluso, ma come una ferita destinata a riaprirsi continuamente. Il viaggio di Ulisse diventa allora un percorso nella memoria, nel trauma e nella coscienza. Più che attraversare il Mediterraneo, il protagonista attraversa sé stesso.
Questa diversa sensibilità emerge anche nei personaggi secondari. Antinoo, ad esempio, non può essere soltanto un antagonista crudele. Se deve rappresentare il principale avversario di Ulisse, deve possedere anche fascino, intelligenza e autorevolezza. Il male assoluto è raramente interessante; un nemico che sa sedurre e convincere rende il confronto molto più drammatico.
Tra le assenze più significative nel film di Nolan vi è quella della madre di Ulisse, che Camerini affida alla delicata interpretazione di Giovanna Scotto. È un personaggio breve ma fondamentale, perché ricorda allo spettatore che il ritorno di Ulisse è anche un confronto con il tempo perduto e con gli affetti che non possono più essere recuperati.
Nolan introduce invece un personaggio che assume una funzione narrativa diversa: Melanto, interpretata da Mia Goth. Più che una semplice ancella, diventa una figura che tenta di occupare simbolicamente lo spazio lasciato da Penelope, rappresentando una diversa idea della femminilità e del potere all'interno della casa di Ulisse.
Anche il finale evidenzia la distanza tra le due opere. Ritengo che quello di Nolan sia cinematograficamente più potente e coinvolgente. Tuttavia il regista costruisce la propria antichità attraverso un immaginario contemporaneo, inevitabilmente influenzato da decenni di cinema epico e storico. Camerini, al contrario, non disponeva di quei modelli: fu costretto a inventare un proprio universo visivo, nel quale convivono suggestioni classiche, pittura ottocentesca e grande cinema d'avventura.
È proprio qui che, a mio avviso, si trova la differenza decisiva tra le due opere. L'antichità di Camerini è un sogno luminoso che lentamente si trasforma in incubo. Quella di Nolan, invece, nasce già come un paesaggio interiore, fatto di ricordi, sensi di colpa e memorie traumatiche. Se Camerini racconta il mito, Nolan racconta la psicologia del mito.a differenza più profonda tra i due film non riguarda il cast, i costumi o la spettacolarità, ma il modo in cui i due registi guardano al mondo.
Mario Camerini realizza la sua Odissea nel 1954, in un'Europa che, pur ancora segnata dalla Seconda guerra mondiale, guarda con fiducia alla ricostruzione. Il suo Ulisse affronta un viaggio difficile, ma il ritorno a Itaca rappresenta la possibilità di ristabilire un ordine perduto. Anche quando il racconto si fa oscuro, permane sempre una luce di speranza.
Christopher Nolan, invece, sembra interrogarsi sul destino dell'Occidente contemporaneo. La guerra non appare come un evento concluso, ma come una ferita destinata a riaprirsi continuamente. Il viaggio di Ulisse diventa allora un percorso nella memoria, nel trauma e nella coscienza. Più che attraversare il Mediterraneo, il protagonista attraversa sé stesso.
Questa diversa sensibilità emerge anche nei personaggi secondari. Antinoo, ad esempio, non può essere soltanto un antagonista crudele. Se deve rappresentare il principale avversario di Ulisse, deve possedere anche fascino, intelligenza e autorevolezza. Il male assoluto è raramente interessante; un nemico che sa sedurre e convincere rende il confronto molto più drammatico.
Tra le assenze più significative nel film di Nolan vi è quella della madre di Ulisse, che Camerini affida alla delicata interpretazione di Giovanna Scotto. È un personaggio breve ma fondamentale, perché ricorda allo spettatore che il ritorno di Ulisse è anche un confronto con il tempo perduto e con gli affetti che non possono più essere recuperati.
Nolan introduce invece un personaggio che assume una funzione narrativa diversa: Melanto, interpretata da Mia Goth. Più che una semplice ancella, diventa una figura che tenta di occupare simbolicamente lo spazio lasciato da Penelope, rappresentando una diversa idea della femminilità e del potere all'interno della casa di Ulisse.
Anche il finale evidenzia la distanza tra le due opere. Ritengo che quello di Nolan sia cinematograficamente più potente e coinvolgente. Tuttavia il regista costruisce la propria antichità attraverso un immaginario contemporaneo, inevitabilmente influenzato da decenni di cinema epico e storico. Camerini, al contrario, non disponeva di quei modelli: fu costretto a inventare un proprio universo visivo, nel quale convivono suggestioni classiche, pittura ottocentesca e grande cinema d'avventura.
È proprio qui che, a mio avviso, si trova la differenza decisiva tra le due opere. L'antichità di Camerini è un sogno luminoso che lentamente si trasforma in incubo. Quella di Nolan, invece, nasce già come un paesaggio interiore, fatto di ricordi, sensi di colpa e memorie traumatiche. Se Camerini racconta il mito, Nolan racconta la psicologia del mito.
Robert Fogelberg Rota