Due Odesse antitetiche

LL'Odissea di Nolan e quella di Camerini: due viaggi, due epoche

Si è parlato moltissimo dell'operazione cinematografica con cui Christopher Nolan, affiancato dal suo abituale direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, ha deciso di confrontarsi con l'Odissea di Omero. In questo saggio vorrei mettere a confronto la sua interpretazione con quella realizzata nel 1954 da un altro grande autore del cinema italiano, Mario Camerini, che grazie alla splendida fotografia di Harold Rosson diede vita a una delle più celebri trasposizioni del poema omerico.

Entrambi i registi, pur appartenendo a epoche molto diverse, hanno cercato di innovare il linguaggio cinematografico del proprio tempo. Nolan si affida alla spettacolarità dell'IMAX e a una fotografia che alterna monumentalità e intimità; Camerini, invece, sfrutta il Technicolor come strumento narrativo, realizzando un film che per il pubblico degli anni Cinquanta rappresentò un'autentica meraviglia visiva.

Prima di affrontare il confronto tra le due opere, desidero evitare una polemica che ha accompagnato l'uscita del film di Nolan. Pur riconoscendo che il regista abbia una sensibilità culturale che molti definiscono progressista, ritengo che ridurre il film a una presunta operazione "woke" significhi semplificarlo eccessivamente. Le scelte di casting possono piacere oppure no, ma dovrebbero essere giudicate soprattutto in funzione del risultato artistico.

Per questo motivo non condivido molte delle critiche rivolte a Elliot Page. La sua interpretazione di Sinone mi è sembrata convincente e il personaggio assume il valore simbolico dell'idealista coinvolto nella tragedia della guerra. Allo stesso modo considero Lupita Nyong'o un'attrice straordinaria: personalmente l'avrei trovata perfetta nel ruolo di Clitennestra, mentre nutro qualche riserva sulla sua Elena. Si tratta però di una preferenza personale sul modo in cui immagino il personaggio, non di un giudizio sul talento dell'interprete.

Un'altra critica spesso rivolta al film riguarda le armature. È vero che non riproducono fedelmente quelle della Grecia micenea, ma bisogna ricordare che l'ambientazione storica dell'Odisseaè tutt'altro che priva di interrogativi. Alcuni studiosi hanno persino ipotizzato scenari diversi dal Mediterraneo orientale. Inoltre un'aderenza assoluta ai reperti archeologici avrebbe probabilmente limitato la mobilità degli attori e la resa delle scene d'azione. In questo caso Nolan sembra privilegiare la funzionalità cinematografica rispetto alla ricostruzione filologica.«L'Ulisse di Camerini è ancora un eroe classico. Arrogante, seduttore, spesso brutale, ma animato da una fiducia incrollabile nelle proprie capacità. È il riflesso di un cinema nato pochi anni dopo la Seconda guerra mondiale, che vede ancora nell'eroe una figura capace di ricostruire il mondo. L'Ulisse di Nolan, invece, è un uomo profondamente segnato dalla guerra. Matt Damon interpreta un protagonista malinconico, tormentato, spesso incerto, che porta sulle spalle il peso delle proprie scelte e dei propri ricordi. Il viaggio non è soltanto un ritorno a casa, ma anche un difficile percorso verso la riconciliazione con sé stesso.»

L'episodio dei Lestrigoni rappresenta uno dei momenti in cui Christopher Nolan si allontana maggiormente dalla semplice ricostruzione archeologica per affrontare un tema che gli è particolarmente caro: la storia della mentalità umana. La brutalità non è soltanto quella dei mostri o dei popoli lontani, ma nasce anche da una società che si considera depositaria della civiltà e della legge di Zeus. In questo senso il film riflette sul sottile confine tra ordine e violenza, mostrando come anche gli Achei siano responsabili di atrocità in nome della propria superiorità morale.

Questa idea emerge con forza attraverso Agamennone, interpretato da Benny Safdie. Il personaggio non è soltanto un comandante autoritario o un sovrano assetato di gloria: rappresenta la volontà di potere alla quale Ulisse è costretto a piegarsi, pur conservando una crescente inquietudine morale. È una figura che domina l'intera vicenda e che conferisce un significato ancora più tragico alla costruzione del cavallo di Troia.

Accanto a lui si distingue un Menelao interpretato da Jon Bernthal con grande carisma. Il suo è un re duro, impulsivo, quasi brutale, ma proprio questa energia rende credibile un uomo consumato da dieci anni di guerra. Il dialogo con Telemaco contribuisce inoltre a mostrare il peso dell'eredità lasciata dalla generazione degli eroi.

Telemaco costituisce uno dei confronti più interessanti tra le due opere. Tom Holland, nel film di Nolan, e Franco Interlenghi, in quello di Camerini, offrono interpretazioni convincenti, ma il personaggio rimane soprattutto il custode della memoria del padre. È una figura in attesa, destinata a crescere soltanto attraverso il ritorno di Ulisse.

Ancora più evidente è la differenza tra le due Penelope. Anne Hathaway costruisce una donna autonoma, intelligente e capace di affrontare il potere con fermezza. Penelope non è più soltanto il simbolo della fedeltà, ma una protagonista che agisce e prende decisioni. Anche Mario Camerini cerca di attribuire importanza al personaggio, affidandolo all'eleganza di Silvana Mangano. Tuttavia, nella memoria dello spettatore, la sua Penelope finisce inevitabilmente per essere oscurata dalla straordinaria interpretazione della stessa Mangano nel ruolo di Circe.

Le due Circi rappresentano infatti visioni completamente diverse. Quella di Camerini è una maga affascinante, quasi irreale, sospesa in una dimensione da favola. Samantha Morton, invece, interpreta una Circe profondamente umana: una donna concreta, intensa, capace di sedurre senza artifici. Il rapporto con Ulisse non assume i contorni della grande storia d'amore, ma diventa l'incontro tra due persone ferite che cercano, ciascuna a modo proprio, di sopravvivere.

Vorrei infine soffermarmi su Antinoo, forse il personaggio secondario più interessante dopo Argo. Camerini affida il ruolo ad Anthony Quinn, che gli conferisce una presenza mediterranea, energica e istintiva. Nolan sceglie invece Robert Pattinson, costruendo un Antinoo più freddo, calcolatore e psicologicamente complesso. Pur essendo il più crudele e ipocrita dei Proci, è anche l'unico che sembra possedere una propria visione del potere e del mondo. Proprio questa profondità lo rende, a mio avviso, uno degli antagonisti più memorabili dell'intera vicenda.

La differenza più profonda tra i due film non riguarda il cast, i costumi o la spettacolarità, ma il modo in cui i due registi guardano al mondo.

Mario Camerini realizza la sua Odissea nel 1954, in un'Europa che, pur ancora segnata dalla Seconda guerra mondiale, guarda con fiducia alla ricostruzione. Il suo Ulisse affronta un viaggio difficile, ma il ritorno a Itaca rappresenta la possibilità di ristabilire un ordine perduto. Anche quando il racconto si fa oscuro, permane sempre una luce di speranza.

Christopher Nolan, invece, sembra interrogarsi sul destino dell'Occidente contemporaneo. La guerra non appare come un evento concluso, ma come una ferita destinata a riaprirsi continuamente. Il viaggio di Ulisse diventa allora un percorso nella memoria, nel trauma e nella coscienza. Più che attraversare il Mediterraneo, il protagonista attraversa sé stesso.

Questa diversa sensibilità emerge anche nei personaggi secondari. Antinoo, ad esempio, non può essere soltanto un antagonista crudele. Se deve rappresentare il principale avversario di Ulisse, deve possedere anche fascino, intelligenza e autorevolezza. Il male assoluto è raramente interessante; un nemico che sa sedurre e convincere rende il confronto molto più drammatico.

Tra le assenze più significative nel film di Nolan vi è quella della madre di Ulisse, che Camerini affida alla delicata interpretazione di Giovanna Scotto. È un personaggio breve ma fondamentale, perché ricorda allo spettatore che il ritorno di Ulisse è anche un confronto con il tempo perduto e con gli affetti che non possono più essere recuperati.

Nolan introduce invece un personaggio che assume una funzione narrativa diversa: Melanto, interpretata da Mia Goth. Più che una semplice ancella, diventa una figura che tenta di occupare simbolicamente lo spazio lasciato da Penelope, rappresentando una diversa idea della femminilità e del potere all'interno della casa di Ulisse.

Anche il finale evidenzia la distanza tra le due opere. Ritengo che quello di Nolan sia cinematograficamente più potente e coinvolgente. Tuttavia il regista costruisce la propria antichità attraverso un immaginario contemporaneo, inevitabilmente influenzato da decenni di cinema epico e storico. Camerini, al contrario, non disponeva di quei modelli: fu costretto a inventare un proprio universo visivo, nel quale convivono suggestioni classiche, pittura ottocentesca e grande cinema d'avventura.

È proprio qui che, a mio avviso, si trova la differenza decisiva tra le due opere. L'antichità di Camerini è un sogno luminoso che lentamente si trasforma in incubo. Quella di Nolan, invece, nasce già come un paesaggio interiore, fatto di ricordi, sensi di colpa e memorie traumatiche. Se Camerini racconta il mito, Nolan racconta la psicologia del mito.a differenza più profonda tra i due film non riguarda il cast, i costumi o la spettacolarità, ma il modo in cui i due registi guardano al mondo.

Mario Camerini realizza la sua Odissea nel 1954, in un'Europa che, pur ancora segnata dalla Seconda guerra mondiale, guarda con fiducia alla ricostruzione. Il suo Ulisse affronta un viaggio difficile, ma il ritorno a Itaca rappresenta la possibilità di ristabilire un ordine perduto. Anche quando il racconto si fa oscuro, permane sempre una luce di speranza.

Christopher Nolan, invece, sembra interrogarsi sul destino dell'Occidente contemporaneo. La guerra non appare come un evento concluso, ma come una ferita destinata a riaprirsi continuamente. Il viaggio di Ulisse diventa allora un percorso nella memoria, nel trauma e nella coscienza. Più che attraversare il Mediterraneo, il protagonista attraversa sé stesso.

Questa diversa sensibilità emerge anche nei personaggi secondari. Antinoo, ad esempio, non può essere soltanto un antagonista crudele. Se deve rappresentare il principale avversario di Ulisse, deve possedere anche fascino, intelligenza e autorevolezza. Il male assoluto è raramente interessante; un nemico che sa sedurre e convincere rende il confronto molto più drammatico.

Tra le assenze più significative nel film di Nolan vi è quella della madre di Ulisse, che Camerini affida alla delicata interpretazione di Giovanna Scotto. È un personaggio breve ma fondamentale, perché ricorda allo spettatore che il ritorno di Ulisse è anche un confronto con il tempo perduto e con gli affetti che non possono più essere recuperati.

Nolan introduce invece un personaggio che assume una funzione narrativa diversa: Melanto, interpretata da Mia Goth. Più che una semplice ancella, diventa una figura che tenta di occupare simbolicamente lo spazio lasciato da Penelope, rappresentando una diversa idea della femminilità e del potere all'interno della casa di Ulisse.

Anche il finale evidenzia la distanza tra le due opere. Ritengo che quello di Nolan sia cinematograficamente più potente e coinvolgente. Tuttavia il regista costruisce la propria antichità attraverso un immaginario contemporaneo, inevitabilmente influenzato da decenni di cinema epico e storico. Camerini, al contrario, non disponeva di quei modelli: fu costretto a inventare un proprio universo visivo, nel quale convivono suggestioni classiche, pittura ottocentesca e grande cinema d'avventura.

È proprio qui che, a mio avviso, si trova la differenza decisiva tra le due opere. L'antichità di Camerini è un sogno luminoso che lentamente si trasforma in incubo. Quella di Nolan, invece, nasce già come un paesaggio interiore, fatto di ricordi, sensi di colpa e memorie traumatiche. Se Camerini racconta il mito, Nolan racconta la psicologia del mito.

Robert Fogelberg Rota

Un bravissimo Robert Pattinson

Molto postmoderno

Woke o non woke?

Titolo: Odissea
Regia: Christopher Nolan
Interpreti: Matt Damon, Anne Hathaway, Zendaya, Jon Bernthal, Robert Pattinson
Distribuzione: Sale cinematografiche
Voto: A

L'Odissea di Christopher Nolan è un film destinato a far discutere. Del resto, nella migliore tradizione del poema omerico, un'opera di questo tipo non poteva che suscitare polemiche. Quando le luci della sala si sono spente, ho deciso di giudicare il film nel modo più obiettivo possibile, chiedendomi soprattutto quanto la costruzione, o meglio la ricreazione, dell'immaginario omerico da parte di Nolan fosse coerente e convincente.

La fotografia è stupenda, grazie allo straordinario lavoro di Hoyte van Hoytema, coadiuvato dall'eccellente montatrice Jennifer Lame. Il film alterna con grande efficacia scene dal montaggio molto rapido, come la vendetta del protagonista o le battaglie contro i Lestrigoni, ad altre più contemplative, dove la natura diventa una delle vere protagoniste del racconto. La splendida Islanda, che impersona l'Ade, così come l'Italia e il Mediterraneo, vengono valorizzati in maniera eccezionale.

Molto bella anche la colonna sonora di Ludwig Göransson, cupa ("dark") ma allo stesso tempo ricca di sfumature sinfoniche.

Una delle sequenze che ho apprezzato di più, e che probabilmente sarà anche una delle più discusse, è la battaglia contro i Lestrigoni. Lo scontro nasce perché il poco simpatico Euriloco, interpretato da un bravissimo Himesh Patel, importuna un bambino appartenente a questo popolo. Il viziato e antipatico marmocchio, interpretato da Barnaby Nolan, richiama allora gli altri membri della tribù.

Si è parlato molto del look dei Lestrigoni, citando perfino Il mago di Oz. In realtà Nolan sceglie di equipaggiarli con armature rinascimentali, ispirate a quella del celebre gigante conservata a Innsbruck. Sono guerrieri brutali, armati di falcioni e spade ricurve, che fanno a pezzi tutto ciò che incontrano, comprese le navi, prima di essere abbattuti da Ulisse. Per me questo è uno dei tanti grandi ruoli di Matt Damon.

Il suo Ulisse è un eroe complesso: un guerriero violento, ma dotato anche di grandi qualità umane. Ama profondamente la propria patria, intesa non solo come terra, ma soprattutto come popolo e affetti. Splendida anche la storia d'amore con la moglie Penelope, interpretata da una bravissima Anne Hathaway, che riesce a richiamare, pur con una personalità propria, la grande interpretazione di Silvana Mangano.

Ulisse è inoltre un compagno d'armi leale, sia nei confronti dell'eccellente porcaro Plider, interpretato da un convincente Andrew Howard, sia verso Sinone, impersonato da Elliot Page. Il personaggio, dal volto androgino, rappresenta in modo intenso l'essere umano segnato dalla guerra. Soprattutto nella bellissima e inquietante scena ambientata nell'Ade, questo eroe, ormai morto, risulta straordinariamente riuscito. Mi ha ricordato, per profondità e saggezza, il personaggio interpretato da Allan Edwall ne La vergogna di Ingmar Bergman, quasi una versione seria e tragica del soldato Švejk, privata di ogni ironia.

È un ruolo che, a mio avviso, dona grande intensità e drammaticità al film.

Lo stesso si può dire di un altro personaggio tanto discusso quanto affascinante: Agamennone. Il terribile re acheo viene presentato con un aspetto cupo, quasi da guerriero "dark", che ricorda per certi versi Bane, grazie all'intensa interpretazione di Benny Safdie.

Totalmente fuori parte, invece, mi è sembrato Menelao. Pur essendo un attore di qualità e a tratti talentuoso, Jon Bernthal appare poco convincente e il suo personaggio risulta, nel complesso, piuttosto inutile.

Lo stesso vale per Calipso, la ninfa che accoglie e cura Ulisse, interpretata molto bene da Charlize Theron. Anche in questo caso, però, il ruolo è piuttosto breve.

Molto diversa è invece Circe, interpretata da Samantha Morton. Nolan la presenta come una strega inquietante e malvagia, capace di ridurre gli uomini al loro vero stato animale. Personalmente ho avuto l'impressione che il regista le abbia dato anche una forte impronta ideologica: una donna che domina, manipola e umilia gli uomini. Una scelta che, a mio avviso, può essere letta come un richiamo ad alcuni temi del femminismo contemporaneo e che probabilmente farà discutere. Al di là di questa interpretazione, Samantha Morton offre comunque una prova intensa e convincente, dando vita a una Circe oscura e minacciosa.

. Il personaggio che, a mio avviso, domina il film è però Robert Pattinson nel ruolo di Antinoo. Vigliacco, infame, sempre nell'ombra, rappresenta l'archetipo dell'ipocrita che, pur di mantenere il proprio potere, cerca di fare del male a chiunque. Agisce circondato da pericolosi tirapiedi, come il guerriero Plibio, interpretato da Corey Hawkins, oppure dalla disonorevole e infedele Melata, cui Mia Goth presta un'interpretazione davvero convincente.

Antinoo è crudele con Telemaco, che considera una minaccia, e persino con il povero mendicante, dietro il quale non immagina si nasconda Ulisse. È uno Iago moderno, infido e manipolatore. Per me si tratta di un ruolo da antologia, che da solo vale il prezzo del biglietto. Pattinson porta sullo schermo uno degli archetipi più antichi della letteratura: quello del tiranno che vive di intrighi e di paura.

Il film è inoltre popolato da Troiani che ricordano gli Etruschi o persino i Romani – e confesso che mi piacerebbe vedere Nolan cimentarsi un giorno anche con l'Eneide – oltre che da guerrieri nordici, come Mentore, interpretato dal bravissimo Ryan Hurst. Non mancano caratteristi di grande livello, come John Leguizamo, convincente nel ruolo di Eumeo, uno dei più fedeli compagni di Ulisse.

Le scene ambientate nel tempio di Atena, vicino a Itaca, ricordano per atmosfera quelle di Immortals e Minotaur. In particolare spicca Brian Vernel, che, per presenza scenica, richiama alcuni degli assassini più spietati di Il Trono di Spade. Cito questa serie perché Nolan costruisce un immaginario che fonde elementi di culture diverse, dal mondo baltico a quello mediterraneo, riuscendo a creare un universo coerente e affascinante.

Tra le interpretazioni che mi hanno sorpreso maggiormente c'è quella di Zendaya nel ruolo di Atena. L'ho sempre trovata un'attrice affascinante e di talento, ma qui raggiunge un livello superiore. Grazie anche alle scelte di regia e alle inquadrature di Nolan, non interpreta soltanto una dea: diventa la coscienza di Odisseo e, allo stesso tempo, la voce di un mondo che sta lentamente scomparendo. Una prova impeccabile.

Il film di Nolan, tuttavia, presenta anche qualche limite. Pur potendo contare su costumi funzionali e su un cast generalmente molto azzeccato, inciampa nella rappresentazione di Polifemo, che ho trovato poco credibile e quasi artificiale. Personalmente avrei preferito rinunciare a questo episodio per dedicare maggiore spazio a Nausicaa, personaggio che avrebbe potuto offrire ulteriore profondità al racconto.

Nel complesso, L'Odissea è un film molto interessante, spettacolare e ricco di spunti di riflessione. Non sarà una trasposizione destinata a mettere tutti d'accordo, ma proprio come il poema di Omero continuerà probabilmente a far discutere, ed è anche questo uno dei suoi maggiori pregi.

Robert Fogelberg Rota

 

Bra film som kunde bli bättre

En stor film med några problem

En stor film med någr problemer

Tittle the Detah of Robin Hood

Regi..

Medverkande Hug Jackman, Jolie Due, Bill Skrsgård

Svensk distriubution Nobble entramant

Betyg A minus

The death of Robin Hood ä ren mycket bra film med många kvalitet som påminner i sitt sätt många andra medeltida filmer som har ett mer mogen sätt att se på denna period som påminner om Ingmar Bergman ”Jungfrukällaren”, peter Edds ”Nothman” och inte minst dem verk av denm italienska filmskaparen Pupi Avati. Det är en färgspäckad  fast fattig och brutal tid i vilken människor försöker att överleva. Hug Jackman är fantastisk i sin tolkning en långhårig och långskäggen jäkel som är helt avtrubbad på vål dsom enbart visar och använder sig av den eftersom han gillar mår bra att bruka våld. Man ser den i första episoder och även när man lite i taget på ö i den ganska annorlunda kloster inte påbörjar et kärlekshistoria-med syster Birgit. Man bör påminna att Hug Jackman har gjort många roller som påminner om det när man spelar Wolverine men det finns an annan pondus i denna Robbin Hooy eller med den tysk klignande män Rudolf. Han skjuter sällan på människor enbart på en lite pojken på ett sätt som påminner hur Rasely Bolton skjut mot Rickon strak men denna gång det finns inget grymhet enbart överlevande. Detta ses även mycket väl i en annan figur den av Liten John eller Edward den bjässen smak seg som ett virke som spelas va Bill Skarsgård. Bill Skarsgård har gjort många roller som är helt lika dem som gjordes av Rob Palm bara att han gör dem ännu mera brutala fulla av en instinkt och det ses i den scen i vilken han lyclas att överman den som hade vunnit mot Robin hood. Det är en enorm personlighet lite av.. och med samma kostymering som nästan klubbar Robin en blandning av Folke Fyll byte som är hövding från en viking kln. Det finns ingeting heroisk precis som det finns ingenting heroisk i den normandiska riddaren Guy inskijne i läppäskan som bör i den lilla idydiliska små kloster eller helgedom som är tagen i hand av syster Birgit. Jodi är helt perfekt alltid så vackert och fager som en gotiks Madonna från ett nordiskt altarskåp  när hon spelar men denna som vi ser först iklädd som en novis och sen mycket like en flaper med sitt pagefrisyr är en fantastiks och mystisk kvinnan som praktisera äldre typer av riter som verkar härstammar från ett pre romersk tid. Den som komplettera hela roll innehav är till sist den lilla flickan som är Lite John Edward dottern skad och väldigt bunden till Robin även där en extremt bra gestalt. Tyvärr är slutet med ett lite gänga för eutanasi för mig lite för lite heroisk vilken det stämmer men ologisk. Det finns ingenting av samhället som i varje Robin legnet och tolkning var för mig helt nödvändigt. En bra film som trots många bra roller lyckas inte att bli perfekt.

Robert Fogelberg Rota

Guerra e crimine

Un noir britannico con idee sociali

Tito Furze – Conto alla rovescia
Regia: David Mackenzie
Interpreti: Theo James, Gugu Mbatha-Raw, Sam Worthington
Distribuzione: Space Cinema
Voto: A

Pochi film inglesi sono riusciti a sembrarmi allo stesso tempo così americani e così britannici come l'opera di David Mackenzie Tito Furze – Conto alla rovescia. Il regista riesce ad applicare una fotografia estremamente realistica, curata da Giles Nuttgens, che richiama tanto il cinema sociale britannico quanto certe atmosfere da anni Sessanta o da Ken Loach.

Il montaggio di Matt Mayer è spettacolare e ricco di scene di forte tensione che, più che ad Alfred Hitchcock, fanno pensare a Dario Argento. In particolare quando il bandito di turno, Karanis, interpretato da un bravissimo e molto fotogenico Theo James — con il volto che ricorda George Michael e il fisico di Cristiano Ronaldo — si ritrova chiuso nel bagagliaio di un'automobile.

La vicenda è molto costruita ma anche estremamente interessante. Un ufficiale artificiere britannico, idolatrato dai suoi soldati e che scopriremo essere stato un vero eroe della sporca guerra in Afghanistan, viene incaricato di disinnescare una bomba risalente alla Luftwaffe.

Forse ha una relazione con una soldatessa afro-britannica, Zunna, interpretata dalla bravissima Gugu Mbatha-Raw, mentre intrattiene un rapporto pessimo con il caporale Warny, uomo pedante e molto rigido, interpretato da Laurie Duncan. Qui troviamo il primo centro del conflitto del film.

La seconda linea narrativa riguarda invece il lavoro della polizia. Il commissario Dottssie, altra affascinante presenza britannica di origine caraibica, è un personaggio difficile e spesso sgradevole, non meno dei protagonisti che indaga. Si nota una notevole forza nelle relazioni tra i personaggi e un atteggiamento particolarmente duro nei confronti di tutti, compreso il povero Rashid, immigrato afghano interpretato da Elham Ehsas.

Il suo ruolo ricorda per certi aspetti quello di George, il memorabile personaggio interpretato da Elisha Cook Jr. in The Killing di Stanley Kubrick. Tuttavia, nel film di David Mackenzie, tutti i personaggi sono capaci e determinati.

Uno dei più interessanti è il socio di Karanis e degli altri banditi, il durissimo X, interpretato da Sam Worthington. Magro, tagliente, spietato e molto competente, è totalmente diverso da Y, interpretato dal bravo Shaun Mason, che va incontro a una morte terribile. Si tratta di un ruolo divertente, capace di alternare momenti comici a un destino tragico.

Londra è un altro grande protagonista di questo noir che, fatta eccezione per alcune sequenze quasi da film bellico che ricordano Stalingrad di Joseph Vilsmaier, si svolge quasi sempre alla luce del sole. Una scelta insolita per il genere, che contribuisce a rendere il film ancora più originale.

Un'opera molto interessante e decisamente da vedere.

Leo Woodall fa un ruolo memorabile


L'accordatore (The Tuner)

  • Regia: Daniel Roher

  • Interpreti: Dustin Hoffman, Havana Rose Liu, Leo Woodall, Lior Raz, Jean Reno, Tovah Feldshuh

  • Distribuzione: The Space

  • Voto: A-

Uno dei film più neri degli ultimi anni

Pochi film, soprattutto in questo recente periodo storico, sono così neri e ambigui. Un ex pianista prodigio si ritrova ad aiutare un gruppo di ladri estremamente brutali. La pellicola non fa sconti sulla violenza, come dimostra la scena della punizione inflitta da uno psicopatico a chi è già stato ampiamente punito dalla vita: il protagonista Nikki White, interpretato magistralmente da Leo Woodall.

Con un aspetto nordeuropeo, a metà tra l'anglosassone e il nordico, tatuato, dai lineamenti fini e atletico ma al contempo leggermente flaccido, White è un personaggio profondamente triste. Per lui la vita adulta si è trasformata in una sequenza di disgrazie; un'esistenza che non ha nulla di positivo da offrirgli, se non sofferenza. Questa sofferenza è materializzata da tre oggetti precisi:

  • La collezione di giocattoli in bella mostra sul suo furgone (tra cui spicca un soldatino inglese della Seconda Guerra Mondiale);

  • I pianoforti che deve riparare in continuazione;

  • Le cuffie antirumore, che sono ormai parte integrante della sua stessa identità.

Introverso per necessità, l’ex bambino prodigio (che darà prova del suo talento solo alla fine, in una scena notevole) incarna l'uomo occidentale incapace di ottenere qualcosa, se non attraverso un sarcasmo usato come difesa. Tutto il film è costruito per trasmettere questo dolore, non solo grazie alla regia, ma anche alla fotografia scurissima di Lowell A. Meyer e al montaggio di Greg O'Bryant, capace di rendere quasi fisiche le crisi di vomito del protagonista causate dal rumore.

Tra Fritz Lang e Alfred Hitchcock

Qui ritorniamo a un tipo di thriller che unisce l'estremo pessimismo di Fritz Lang alla forma hitchcockiana. Lo si nota nella figura del "MacDuff" di turno: lo stressato e quasi mafioso interpretato da David Reale. È lui a introdurre Uri, il cattivo e "satanasso" della situazione, di origine forse rom o ebraica, interpretato da Lior Raz. Il suo è un ruolo irritante nel volersi rendere simpatico a tutti i costi, ma in realtà è più sadico che brutale. È circondato da due sgherri quasi comici: Yoni, il "muscolo" interpretato da Gil Cohen, e Benny, l'unico a compiere qualcosa di "eroico", una figura comica e forse omosessuale, interpretata da un bravissimo Nissan Sakira, visibilmente in sovrappeso.

Tutto questo gruppo sembra rappresentare l'insieme dei nemici dell'americano "trumpiano". In mezzo c'è Ruthie, una giovane studentessa di composizione interpretata molto bene da Havana Rose Liu, con la quale Nikki prima si scontra e poi avvia una bellissima relazione. Il personaggio, con la sua bellezza comune e pulita, quasi da adolescente d'altri tempi, potrebbe risultare simpatico, ma in realtà nasconde un lato negativo nel suo essere assolutamente egocentrica. Una scena di pazzesca violenza psichica è quella che si consuma tra lei e Nikki prima del saggio di presentazione davanti a Messer, un famoso compositore interpretato da Jean Reno.

Quest'ultimo è un attore francese che vorremmo vedere sempre di più: per carisma, volto e capacità è un grandissimo che riesce a dare il meglio in ogni ruolo. Aqui interpreta un personaggio meschino, che vuole evitare grane e tratta malissimo gli altri. Ruthie e Messer condividono con Uri una cattiveria viperina nei confronti del povero Nikki. Hanno anche quel tipico "mormorare" che appartiene alla figura matriarcale di Marva, la bravissima Tovah Feldshuh. Marva, apparentemente una megera, si rivela invece una persona molto positiva e morbida, ed è la moglie di Harry Horowitz. Il personaggio di Marva "conosce senza sentire", ricordando il cieco de Il mostro di Düsseldorf ($M$) di Fritz Lang.

Il tocco di classe: Dustin Hoffman

Harry Horowitz, che si definisce nonno e non padre di Nikki, è interpretato da Dustin Hoffman, il vero diamante capace di nobilitare l'intera pellicola. Logicamente non spetta a me fare ulteriori elogi a questo capolavoro di naturalezza e capacità tecnica, un attore che viaggia sempre in completa osmosi con il personaggio. Qui interpreta un uomo malato che affronta con ironia la propria fine, causata dal non essersi preso cura di sé. Hoffman eleva il film proprio come aveva fatto nel ruolo di "Rizzo" nel monumentale Midnight Cowboy (Un uomo da marciapiede) di John Schlesinger, che resta uno dei migliori punti di riferimento per questo genere di storie negative.

In conclusione, Daniel Roher avrebbe potuto fare de L'accordatore un film davvero memorabile, al pari di Sentieri selvaggi di John Ford, se solo avesse spinto Nikki a darsi definitivamente alla delinquenza (come forse accenna a fare uscendo dopo aver suonato), oppure se lo avesse fatto finire come il protagonista di La donna del ritratto di Fritz Lang, ovvero un uomo che finisce per strada, il che sarebbe stato il finale più logico.

Ma in quel caso, probabilmente, il film l'avrei fatto io e non Daniel Roher, che secondo me è bravissimo.

Robert Fogelberg Rota

Caitríona Balfe stora rollen

När John Dahl skrev tv-historia

Titel: Outlander säsong 1
Regi: John Dahl
Medverkande: Caitríona Balfe
Svensk distribution: Kanal 8
Betyg: Mästerverk

Det har funnits många stora stunder i tv-mediet för mig, och den första säsongen av Outlander är en av dem. För mig är detta seriens bästa säsong, inte minst eftersom den utspelar sig i Skottland under den jakobitiska perioden, en tid som ofta har skildrats i Hollywoodfilmer.

Det sätt på vilket fotografen David Higgs fångar landskapet är närmast perfekt. Bilderna är alltid fyllda av skönhet, men också av smutsen, hårdheten och problemen som präglade tiden. Hans arbete känns för mig som ett slags komplement till det som blivit en kanonisk skildring av 1700-talet: John Alcotts foto i Stanley Kubricks film Barry Lyndon. Här kommer dock kameran närmare människorna och skapar en starkare närvaro. Som osynliga följeslagare vandrar vi bredvid Claire, seriens huvudperson.

Claire spelas av Caitríona Balfe, som är vacker men samtidigt naturlig och nästan alldaglig. Hon är inte glamorös utan snarare graciös och kraftfull. Även i de svåra scener där hon blir förödmjukad eller hamnar i konflikt med Jamie behåller hon sin styrka. I hennes rolltolkning finns något av de stora filmstjärnor som Greta Garbo och Lauren Bacall representerade: kvinnor som kunde vara naturliga och realistiska samtidigt som de fyllde varje scen med stark närvaro.

Det märks när Claire försvarar en ung pojke mot en grym misshandlande make, och inte minst under den dramatiska häxprocessen. Där möter vi också Geillis Duncan, spelad med stor charm av Kathryn Howden. Hennes rollfigur bidrar till seriens mystik och spänning.

Som man är det dock svårt att inte uppskatta Jamie Fraser, spelad av den fantastiske Sam Heughan. Han är full av kraft, charm och en nästan barnslig nyfikenhet. Han är en högländare utan att vara överdrivet hård eller aggressiv, karismatisk och levande på ett sätt som gör honom mycket sympatisk.

Hans personlighet kontrasterar väl mot den mörkare Dougal MacKenzie, skickligt spelad av Graham McTavish. Och inte minst mot den brutale Jonathan "Black Jack" Randall, gestaltad av en lysande Tobias Menzies, som även spelar Claires make Frank Randall. Menzies lyckas skapa två helt olika karaktärer och gör ett imponerande arbete i båda rollerna.

Allt detta samverkar till att skapa en värld som känns levande, trovärdig och oerhört intressant. För mig är den första säsongen av Outlander ett mästerverk och ett av de främsta exemplen på hur tv-drama kan förena historia, romantik och starka karaktärer.

Robert Fogelberg Rota

Att läsa Salgari med Games of Throndes

En återupptäckt av en intressant värld

Titel: The Pearl of Labuan

  • Regi: Jan Michelini

  • Medverkande: Can Yaman, Alanah Bloor, Alessandro Preziosi, John Hannah, Ed Westwick, Owen Teale, Samuele Segreto, Madeleine Price, Matt McCooey

  • Svensk distribution: TV3 / Viaplay

  • Betyg: A

Få författare har varit så viktiga, åtminstone för mig, som Emilio Salgari. Han föddes precis när Italien hade enats och påbörjade det första riktiga kulturfenomenet med sina många äventyrsromaner. Dessa böcker blandade melodramatiska karaktärer med vilda, exakta och ofta kontemplativa naturbeskrivningar, som fick en tonåring att drömma om äventyr.

Hans mest kända romanfigur av alla de otroligt många är Sandokan – en malaysisk (eller indisk) prins som slåss mot britterna. Han fascineras av den europeiska civilisationen, men ogillar den också starkt eftersom de har attackerat hans familj. Salgaris hjältar är i allmänhet, precis som han själv, självdestruktiva och kluvna i en virvel av passioner – något som till slut ledde Salgari till ett extremt uppmärksammat självmord.

En TV-serie på 1970-talet gjorde romanen ännu mer känd genom Kabir Bedi. Nu gör Jan Michelini en mycket bra produktion där den populära hjälten spelas av Can Yaman, en kraftfull och atletisk turkisk skådespelare. Hans Sandokan är annorlunda: mycket mer kraftfull, bestämd och kontrollerad. Han gör det bra och ger oss en ny tolkning som kanske påminner mer solo om den tolkning Kabir Bedi gjorde i Den svarta korsaren.

Även om hon har mindre karisma, är den roll som är mest trogen Salgaris original onekligen Lady Marianne Guillonk, som spelas av Alanah Bloor. Det är en brittisk skönhet som har en mycket viktig bakgrund (eller snarare hade, eftersom avsnittet börjar just med hennes mors död – en italiensk mor från Neapel). Det är värt att notera att Salgari skulle komma att skriva en ännu bättre bok, Il Capitano Tempesta, som jag kommer att skriva om senare.

Marianne är kaxig, självmedveten och sensuell, men också ganska mycket av ett barn som lever i en extremt skyddad värld, som det rika residenset hos hennes far Lord Antony. Han spelas av Owen Teale – ja, den fantastiska Ser Alliser Thorne från Game of Thrones – rolig men stel. Han har en komplicerad relation dels till sin dotter (som påminner om den mellan Stannis Baratheon och hans dotter), men också till sin syster Lady Frances Guillonk, en roll som är direkt citerad från Alfred Hitchcocks mest underskattade verk Under Capricorn (där Margaret Leighton gestaltade Milly, en kvinna som är åldrande men har en enorm sexaptit).

Vi ser också Sergeant Murray i en minnesvärd gestaltning av John Hannah, som har ett intresse inte bara för Sandokan utan även för den unga James Brooke, som spelas av Ed Westwick. Om Adolfo Celi i 70-talsserien hade presenterat en roll med stor karisma, presenterar denne skådespelare en roll som försöker vara en rival till Sandokan i en tid som fortfarande var fylld av äventyr.

Äventyret är ännu mer påtagligt med den fantastiska Yanez, som spelas av Alessandro Preziosi, och de andra piraterna. Inte minst den roll som för mig är helt genialisk: Emilio Salgari "aka" italienaren, spelad av Samuele Segreto, precis som Mariannes vackra kammarjungfru, spelad av Madeleine Price. Den grymma sultanen är också bra presenterad av Matt McCooey – en Roose Bolton fast utan charm och galenskap.

Vi hörs nästa tisdag!

Robert Fogelberg Rota

Mord i periferi av Berlins Olympiaden

Moder i Breslau
Regi: Leszek Dawid

Medverkande Tomasz Schuchardt,andra Drzymalska,
Svensk distribution: Disney Cham
Betyg: A

Moder i Breslau är en tysk-polsk serie som bygger på en ganska extrem noirtradition. Den har många starka kvaliteter och förtjänar att utforskas. Serien tillhör en tradition som härstammar från klassiska noirfilmer, där man undersöker människans mest vidriga och kusliga passioner.

Handlingen utspelar sig år 1936, en tid då Nazityskland genom den berömda olympiaden ville visa upp ett mänskligt och välordnat ansikte inför världen. Fotot och miljöerna skapar en tät och nästan kvävande stämning i Schlesien.

Huvudpersonen är en kommissarie med stolt polskt ursprung. Han är brysk och våldsbenägen, men också intelligent och innerst inne känslig. Han är fyndig och mycket resultatinriktad. På både ett fysiskt och mentalt plan påminner han om figurer som kommissarie Lohmann i Fritz Langs M och John Hurts rollfigur i Gorkij Park.

Den största skillnaden är att Franz Podolsky, extremt väl spelad av Tomasz Schuchardt, också har ett komplicerat familjeliv med den vackra och sofistikerade Lena Podolsky, spelad av Sandra Drzymalska, vars familj har rötter i den österrikiska adeln. De försöker få barn men misslyckas, vilket skapar stora spänningar mellan dem.

Parallellt följer serien även antagonisterna Horst, spelad av Ireneusz Czop, och hans underhuggare Leopold Barens, spelad av Przemyslaw Bluszcz. De är högt uppsatta nazister som senare visar sig vara kopplade till en av de misstänkta i fallet: en ung psykotisk man som kanske själv är mördaren, men som i själva verket också har mycket tydliga psykiska problem.

Samma sak kan sägas om Greta, spelad av Agata Kulesza. Att serien humaniserar vissa nazister innebär inte att den rättfärdigar dem, utan snarare att den visar hur till synes vanliga och normala människor kunde bli en del av systemet.

Det märks tydligt i flera scener, inte minst när även de andra polackerna porträtteras som stolta, arroganta och ibland svåra människor – kanske delvis därför att flera av dem är idrottsmän. Även den brittiske journalisten Andrew Fox framställs som arrogant, men på ett naturligt och trovärdigt sätt.

Sammantaget är detta ett extremt starkt verk.

Robert Fogelberg Rota

Non tutte le ciambelle riescono con il buco

Recensione: Black Knight

Titolo: Black Knight (Lo騎士 nero)

Regia: Gil Junger

Interpreti: Martin Lawrence, Tom Wilkinson, Marsha Thomason

Distribuzione: 20th Century Fox

Voto: E (Insufficiente)

Purtroppo, non tutte le ciambelle riescono col buco. L’idea di Gil Junger è in sé intrigante: un rapper pieno di sé, un "fratello" della Florida, viene scaraventato in un mondo medievale. Trattandosi di un film di Hollywood, ci ritroviamo logicamente in un Medioevo inglese (o ricostruito all'inglese).

Il problema principale è che questo mondo appare brutto, infantile e "sa di cartapesta", quasi un baraccone da fiera. Forse, paradossalmente, il parco giochi dell'inizio del film è ricostruito meglio del passato vero e proprio.

Personaggi e Cast

I personaggi soffrono di una mancanza di presentazione e risultano troppo infantili: dal re crudele alla principessa ninfomane, fino al nemico che sembra più un cowboy che un cavaliere. Martin Lawrence interpreta Jamal Walker, lo sfacendato protagonista, ma la sua recitazione qui risulta spesso irritante, soprattutto nella prima parte, apparendo come un "fratello" un po' troppo attempato per il ruolo.

  • Martin Lawrence: Funziona solo in alcune scene demenziali (come quella del "cesso" medievale o della decapitazione) e nel momento del ballo.

  • Marsha Thomason: Nel ruolo di Victoria è sufficiente. È la sua bellezza a salvare il film dal grigiore generale, nonostante il suo personaggio non sia molto motivato.

  • Tom Wilkinson: Nel ruolo di Sir Knolte è sprecato; se la cava, ma non basta a sollevare la pellicola.

Aspetti Tecnici

Trattandosi di una commedia, non ci si aspetta il realismo assoluto, ma i costumi potevano essere curati meglio. La fotografia di Ueli Steiger lascia molto a desiderare, mentre il montaggio di Michael R. Miller non è malvagio.

Considerando i mezzi a disposizione negli Stati Uniti, si poteva costruire un castello più credibile e girare scene di battaglia migliori (prendendo esempio, magari, da film come Indiana Jones). In definitiva, è un film evitabile che avrebbe beneficiato di attori più appropriati e di una messa in scena meno posticcia.

Robert Fogelberg Rota

William Tell uno dei mie film preferiti

Schiller ne sarebbe stato contento. E anche io lo sono.

  • Regia: Nick Hamm

  • Interpreti: Claes Bang, Ben Kingsley, Connor Swindells, Golshifteh Farahani

  • Distribuzione: TVCO / Play

  • Fotografia: Jamie Ramsay

  • Montaggio: Yan Miles

La Recensione

Girato con la sapiente regia di Nick Hamm, William Tell è un film molto bello e scorrevole che porta sullo schermo la spettacolarizzazione e l’attualizzazione del mondo alpino e medievale presente nell’opera di Schiller.

La prima cosa che colpisce è l’esattezza dei costumi, estremamente autentici, unita alla fotografia di Jamie Ramsay, capace di dipingere un mondo arcaico dove la natura è predominante e minacciosa. Notevole anche il montaggio di Yan Miles, uno dei migliori in circolazione: spicca in particolare il duello a colpi di fioretto tra Gessler, il malvagio dignitario austriaco interpretato da un bravissimo e violento Connor Swindells, e l’eroe in potenza, il giovane barone Rudenz, che ha il volto di Jonah Hauer-King. Interessante (anche se forse un po' eccessiva) la scena in cui vediamo l'utilizzo di una falce come arma da parte di uno dei compagni più carismatici di Guglielmo Tell: l’enorme e vulcanico Stauffacher, interpretato da un potente Rafe Spall.

Nel film, nessuno degli svizzeri è un personaggio negativo, ma non risultano nemmeno univoci. Lo stesso vale per gli austriaci: la scelta principale della regia è infondere una forte carica di amore per la libertà, offrendo una visione del mondo quasi "adolescenziale" per purezza. In questo contesto, trovo fondamentale la figura del figlio di Tell, il giovane Walter, presentato benissimo da Tobias Jowett. Il ragazzo riflette la selvaggia bellezza mediorientale di Sanna (una bravissima Golshifteh Farahani) e il tormento del giovane Tell, interpretato da Éanna Hardwicke.

Il protagonista aggiunge un altro splendido ruolo alla carriera dell'attore danese Claes Bang. Il suo Tell è un cacciatore, un eroe e una leggenda, ma resta un uomo comune; lontano dai fasti di Mel Gibson ne Il patriota di Emmerich, Bang si muove con la forza di un protagonista western e l'agilità di un ballerino, risultando essenziale ed efficace.

Molto forti le scene con la moglie, il figlio e il fidato amico Melcher (Solly McLeod), affiancato dalla "valchiria" Emily Beecham, capace di infiammare il popolo prima di morire eroicamente nella scena della contro-imboscata. Degna di nota anche la prova di Amar Chadha-Patel nei panni del frate/monaco armeno.

Sul fronte degli antagonisti, oltre a Gessler, gli austriaci sono tiranni odiosi. Spicca il Re Alberto, interpretato dal grandissimo Ben Kingsley, che regala esattamente il ruolo che ci si aspetta da lui. Accanto a lui troviamo la folle Agnes (Jess Douglas-Welsh), una vera "Strega di Biancaneve", e i due principi: il ridicolo Leopoldo (David Moorst) e il ancor più malvagio — perché realistico — Theo (Theo Hamm). A questi si aggiunge il vero "villain", ancora più abile di Gessler: Strussi, interpretato da Jake Dunn.

A nobilitare ulteriormente la pellicola troviamo uno dei padri nobili del cinema mondiale, Jonathan Pryce, nei panni del Barone di Attinghausen, e una strepitosa Ellie Bamber nel ruolo di Bertha, capace di ammaliare gli uomini e difendersi da Gessler.

In conclusione, un film stupendo da vedere e rivedere.

Robert Fogelberg Rota

Sean Bean bra som alltid

Titel: Shardlake

Regi: Justin Chadwick

Medverkande: Sean Bean, Arthur Hughes

Svensk distribution

: Disney Channel

Betyg: A

Få regissörer har varit så bra på att presentera en viss historisk tid som Justin Chadwick. Han lyckas visa det bästa av Tudortiden i många av sina verk och hans hjälte, den puckelryggige advokaten Matthew Shardlake, är en ytterst sympatisk och intressant karaktär, och verket är fyllt av humor.

I händelsernas centrum finns Matthew Shardlake, gestaltad med stor skicklighet av Arthur Hughes. Rolig, ironisk och fylld av en bitter sarkasm, är han en personlighet med många anledningar att känna ilska mot den katolska kyrkan och tilltro till reformationen. Men han är även djupt chockerad över de metoder som används av hans mästare, den förtryckande och hårda Cromwell.

Cromwell spelas av Sean Bean, som i likhet med många andra av sina roller visar den kraft och karisma som för mig gör honom till en av de bästa skådespelarna någonsin. Han syns inte så mycket, men visar alltid prov på kraftfullt spel. Tillsammans med den fantastiska klippningen av... och den utsökta fotografin av... bidrar han till att göra denna TV-serie mycket mer intressant än vad den annars hade varit. Detta märks tydligt i arkitekturen som presenteras, inte minst benediktinerklostret och staden där det stora mysteriet utspelar sig. Det är en vacker miljö och det är just detta, förutom hur han instruerar skådespelarna, som gör Justin Chadwicks arbete så intressant. Det finns en kraft och en vilja att visa hur pass våldsam och kaotisk Tudortiden var, och det ses i det lyxiga klostret som styrs med järnhand av abboten, spelad av den afrobrittiske skådespelaren Babou Ceesay. Abboten vill åstadkomma bra saker, men hamnar i problem eftersom klostret är ett ormnäste fyllt av lönngångar.

Den enda fromma munken är en novis vid namn Simon, spelad så väl av Joe Barber. Han utsätts ständigt för påhopp, inte minst av den före detta krigaren och mobbaren broder Gabriele, skickligt spelad av Miles Barrow, som dock hamnar lite i skymundan av den ännu mörkare broder Edwig.

Det som gör Shardlake till en intressant karaktär är hans samspel med den som är lite av en doktor Watson-figur, den utmärkte medhjälparen John Barak, spelad av den duktige Anthony Boyle. Han framstår som en något mindre intelligent Redmond Barry, för att citera den duktige Ryan O'Neal i Stanley Kubricks mästerverk. Han försöker, men bär på för mycket av gatan och låter sig förföras av kvinnan Alice. Alice, en karaktär som Eco inte hade varit intresserad av, spelas väl av Ruby Ashbourne Serkis. Hon kan linda munkar runt sitt finger, liksom även de andra små rollerna som lever i klostret, precis som om det vore ett vanligt arbetsliv, som muraren Mike Noble eller stadens borgmästare, spelad av Miltos Yerolemou.

Sedan finns de riktigt stora och kraftfulla figurerna: Nordkort, en fantastisk Peter Firth som försöker nå de andra, och rollen som förädlar hela produktionen: Thomas Cromwell, spelad av Sean Bean (som inte dör den här gången!). Kallt beräknande visar denna roll att Bean är en av de bästa skådespelarna, jämförbar med Laurence Olivier eller Marlon Brando. Ett extremt bra verk som även har det mystiska i form av broder Jarome, en duktig Paul Kaye, en mystisk figur som absolut inte kan fungera i det nya religiösa och politiska landskapet. Ett bra och intressant verk.

Robert Fogelberg Rota

En av dem bästa franska filmer någonsin

Recension: Greven av Monte Cristo

Titel: Greven av Monte Cristo

Regi: Alexandre de La Patellière och Matthieu Delaporte

Medverkande: Pierre Niney, Julien de Saint Jean, m.fl.

Distribution: SVT Play

Betyg: En av filmhistoriens bästa

Min recension kan verka extremt positiv, men det finns goda skäl till det. Det som gör denna film så fantastisk är helheten. För det första är fotot, som Nicolas Bolduc ansvarar för, helt enastående. Han presenterar den svulstiga tiden – de första turbulenta decennierna i Frankrikes historia mellan Napoleons fall, den franska revolutionens slut och den bourbonska restaurationen – på ett sätt som visar hur Frankrike började transformeras till ett kapitalistiskt samhälle.

Alexandre Dumas verk är framför allt en undersökning av denna tid och samhällets hyckleri, inte bara en berättelse om hämnd. Regissörerna Alexandre de La Patellière och Matthieu Delaporte lyckas utforska detta genom äventyrliga gestalter. Till skillnad från Bille Augusts ibland tråkiga och ytliga stil, som försöker efterlikna Ingmar Bergman eller Lars Norén, undviker denna film Hollywood-klyschor. Här behöver vi inte tacka "film bultar" (stereotypa skurkar) för spänningen; istället får vi komplexa karaktärer.

I denna version möter vi skurkar som Patrick Milles karaktär Danglars. Dessa antagonister är intressanta och skrämmande eftersom de i grunden är människor med komplexa och begripliga motivationer som gradvis nystas upp. Detsamma gäller Gérard de Villefort, den karriärlystna åklagaren, spelad av Laurent Lafitte från Comédie-Française. Han är ingen klassisk skurk utan en djupt sårad person vars trauman från ungdomen driver honom till grymhet. Hans son i filmen spelas skickligt av Julien de Saint Jean, och vi ser hur han "dresseras" av Edmond Dantès.

Pierre Niney är briljant i rollen som Edmond Dantès/Greven av Monte Cristo. Han är sårbar, karismatisk och besitter en extrem förmåga till förändring. Han har samma sårbarhet som Richard Chamberlain, men kombinerar det med en enorm handlingskraft. Filmens dueller är brutala och bland de bästa jag sett; de påminner om den råhet man ser i Game of Thrones, elegansen i George Sidneys Scaramouche och den realism som fanns i Ridley Scotts debutverk The Duellists.

Niney, som enligt mig är den bästa unga franska skådespelaren idag, visar sin enorma räckvidd i mötet med den italienska ädlingen abbe Faria (spelad av Pierfrancesco Favino). Faria blir den mentor och fadersfigur som Edmond saknat.

Även birollerna imponerar. Bastien Bouillon spelar Fernand de Morcerf – en karaktär som börjar som en brådmogen tonåring men som på grund av omständigheter och oförmåga att finna lycka med Mercédès (Anaïs Demoustier) gradvis blir ond. Den enda rollen som inte känns som en fullträff är Julie De Bonas karaktär Victoria, som känns något konstig i sammanhanget. Däremot är Vassili Schneider, som spelar den unge Albert de Morcerf, en perfekt blandning av Gabriel Donal och Timothée Chalamet. Hans kärlekshistoria med den valakiska prinsessan Haydée (Anamaria Vartolomei) ger filmen ytterligare djup.

Detta är en helt fantastisk film som lyckas vara både ett episkt äventyr och en skarp samhällsanalys.

Av: Robert Fogelberg Rota

En sympatisk Robin Hood


När medeltiden bara är en förevändning

  • Titel: Robin Hood

  • Regi: Otto Bathurst

  • Medverkande: Taron Egerton, Jamie Foxx, Eve Hewson, Jamie Dornan, Ben Mendelsohn, Paul Anderson, F. Murray Abraham

Recension

Med regi av Otto Bathurst blir den gamla legenden om Robin Hood ett riktigt "rock'n'roll-epos". Genom vackert foto av George Steel – en blandning av Flash Gordon och Metropolis fylld av färger – och en snabb, nästan musikvideo-liknande klippning av Chris Barwell och Joe Hutshing, presenteras vi för en version som skiljer sig markant från Kevin Costners film.

Här möter vi Taron Egerton som en social föregångare till Batman. Han återvänder från det hemska korståget till ett korrupt Nottingham. De mest fantastiska scenerna utspelar sig under just korståget, där Robin of Loxley – som i början är en ganska sprättig ung man – lär känna sin vän och följeslagare: moren Lille John (eller Yahya), som spelas med stor kraft och sympati av Jamie Foxx. Det är en rolltolkning som är snabbare, brutalare och fylld av ett slags självsäkerhet.

Rollen som Marian, den folkliga skönheten, är lika stark och välgjord. Hon är mer än bara en "damsel in distress" och spelas med vilja och kraft av Eve Hewson. Marian slits mellan kärleken till folket och fackföreningsmannen Will Tillman, som bär det tvetydiga ansiktet hos en djupt orolig och osäker Jamie Dornan. På sätt och vis är han mer intressant än den vanliga boven, Sheriffen av Nottingham, som spelas av den "Tory-liknande" och hämndlystna Ben Mendelsohn. Mendelsohn är visserligen en bra skådespelare, men här inte lika intressant som filmens verkligt brutala skurk.

Den rollen tillhör nämligen Guy of Gisbourne (ett namn hämtat från romanen Ivanhoe). Rollen, som spelas av Paul Anderson, är enormt grotesk, farlig, nervös och grym. Hans manliga grymhet och galenskap gör honom mycket värre än många andra, inklusive den kardinal som spelas med ormlik smidighet av F. Murray Abraham (som mer eller mindre upprepar sin roll från Rosens namn).

Sammantaget är det en bra rollista som förädlar en mycket snygg film.

Robert Fogelberg Rota

Man måste bara sen den

Recension: Poor Things

Titel: Poor Things

Regi: Yorgos Lanthimos

Medverkande: Emma Stone, Mark Ruffalo, Willem Dafoe, Ramy Youssef

Svensk distribution: Disney / Searchlight Pictures

Betyg: A

Med den groteska regi som kännetecknar Lanthimos – den grekiske Federico Fellini, fast med ännu mer fokus på det estetiska – är Poor Things en extremt bra film. Detta trots vissa fånigheter som inte återfinns i förlagan, Alasdair Grays roman.

Motorn i hela denna historia är Godwin "God" Baxter, en "galen" men briljant vetenskapsman vars experiment ofta går snett. Genom sina galna metoder skapar han Bella, en karaktär som gestaltas i en av Emma Stones mest charmiga och fantastiska rollprestationer. Bella har en kropp som tillhört en kvinna som tröttnat på livet, men bär på ett inopererat spädbarns hjärna. Hon är på samma gång smidig och klumpig, och steg för steg börjar hon upptäcka världen och sin egen tillvaro för att kunna utvecklas.

Det är en extremt vacker och visionär upplevelse tack vare Robbie Ryans foto. I de vackra Lissabon-scenerna, klippta av Yorgos Mavropsaridis, ser vi den toxiska kärlekshistorien mellan Bella och den idiotiske Duncan Wedderburn – kanske Mark Ruffalos bästa men mest motbjudande roll. Han spelar en affärsman och jurist som försöker framstå som trevlig och sympatisk, men som i själva verket är en vidrig person som bara ser till sina egna intressen.

Hans hyckleri blir tydligt i scenerna från Paris, där Bella möter Felicity (spelad av Margaret Qualley), en till synes äcklig men raffinerad bordellmamma. Verket är överdådigt, nästan barockt, inte minst på det fartyg som blir en spegel av både dåtiden och vår tids borgerlighet. Här möter vi Hanna Schygulla i rollen som den äldre kvinnan (en roll som påminner om hennes insats i Ettore Scolas Le Nuit de Varennes). Hon sällskapas av Harry Astley (en duktig Jerrod Carmichael), en alienerad nihilist med Nietzscheanska idéer som sätter Bellas optimism på prov, särskilt i de motbjudande scenerna från Egyptens slum.

En viktig rollfigur som står mitt emellan den onde Duncan Wedderburn och den snälle doktorn är lärjungen Max McCandles, spelad med klass och karisma av Ramy Youssef. Om Bella i början är en kropp med själ men utan hjärna, är Max hennes motsats. Kontrasten blir tydlig inte bara mot den ynklige Duncan, utan även mot Alfie Blessington (Christopher Abbott), som representerar den klassism och det människoförakt som var typiskt för den brittiska imperialismen och militarismen.

Det är dessa scener som gör att Poor Things mot slutet blir mer dunkel och dramatisk. Vi ser att Bella endast genom en personlig revolution kan fortsätta vara den charmiga och frigjorda kvinna hon blivit. En väldigt bra och intressant film som kanske inte är ett absolut mästerverk, men som man definitivt bör se och uppskatta.

Robert Fogelberg Rota

Chile Zhao gör en mästerverk

Titel: Hamnet
Regi: Chloé Zhao
Medverkande: Paul Mescal
Svensk distribution: Universal
Betyg: A

Få dramatiker har varit så framgångsrika som Shakespeare, och det vi ser här, med den utmärkta regin av Chloé Zhao, är nästintill fläckfritt. Idén är, precis som när man skildrar Molière av Ariane Mnouchkine,, att visa hur det kunde ha varit.

Chloé Zhao, med hjälp av en ständigt närvarande, nästan wagneriansk musik av Max Richter, ett mästerligt foto av Łukasz Żal och en klippning som borde studeras av Alfonso Gonçalves, skapar något unikt. Särskilt fäktningsscenen sticker ut – den enda som påminner om samtida Capoferro – och den hör till de bästa, i nivå med duellen mellan Hamlet och Laertes.

Berättartraditionen är ganska typisk för brittisk film. Historien börjar tidigare, när en ung och ganska oerfaren William Shakespeare, spelad av Paul Mescal, av en slump möter en mycket intressant kvinna – den nästan älvlika Agnes. Detta är Jessie Buckleys kanske bästa roll: hon har en falk och känner till örternas hemligheter.

Hon är inte omtyckt av någon, varken av styvmodern Joan Hathaway, spelad av Justine Mitchell, eller av Mary Shakespeare, gestaltad av den mycket duktiga Emily Watson. Det finns en underliggande misstanke om häxeri och det avvikande.

Inte heller hennes bror Bartholomew, spelad av Joe Alwyn, eller Shakespeares far John, en girig och tyrannisk figur tolkad av David Wilmot, inger trygghet.

Gradvis ser vi hur en känsla av misstänksamhet byggs upp. Susanna föds först och blir en brådmogen tonåring (spelad av Bodhi Rae Breathnach), följd av tvillingarna Judith (Olivia Lynes) och framför allt Hamnet – i en hjärtskärande tolkning av Jacobi Jupe. Han är ett livligt och charmigt barn som steg för steg närmar sig sitt öde.

Scenerna i London är nästan spöklika: staden är inte mysig eller pittoresk, utan kall och redan mångkulturell, med dramatiska skuggspel och en känsla som påminner om pestens tid.

Detta är ett fantastiskt arbete som verkligen måste ses.

• Robert Fogelberg Rota

Un piccolo capolavoro di Scola

Perché Ettore Scola è datato?

Il film Splendor è una stupenda lezione di cinema e, per me, il saggio più bello dedicato al cinema. È anche l’opera omnia di un grande attore, non solo comico: un vero Pulcinella, Massimo Troisi nel ruolo di Luigi.

Il film ha diversi livelli di ricordo: il primo è quello di Luigi (Massimo Troisi), fenomenale; il secondo è quello di Jordan, cioè un Marcello Mastroianni straordinario; il terzo è quello di un paese, l’Italia, che non esiste più, perché è stata “uccisa” da Internet e dall’intelligenza artificiale.

Ma andiamo con ordine.

La storia è semplice, ma il tempo – come il libro che legge la pallida e slavata Chantal, interpretata da Marina Vlady, una profuga russa che si finge francese – diventa centrale. Il libro le viene dato da uno dei suoi spasimanti, il caro Paolo, il libraio, interpretato da un bravissimo Paolo Panelli.

È uno dei tanti personaggi che vivono in questa piccola città del sud, come il parroco che cerca di fare una sorta di Savonarola, interpretato da Vernon Dobtcheff.

Molto caricaturale è invece il perno della storia: Jordan, un Marcello Mastroianni irriconoscibile ma in linea con lo stile di Scola. Jordan passa dai baracconi alla libertà economica, con una famiglia difficile e un ambiente complicato, dove poco a poco scopriamo una serie di problemi.

Tra questi, il primo è Luigi: il giovane Massimo Troisi, stupendo nel suo ruolo, un po’ Pulcinella, un po’ Arlecchino e un po’ teatro dell’assurdo. Pian piano prende il controllo del paradosso, tra gli amici al bar, il rispetto per il luogo e soprattutto l’amore per il cinema, un amore totale e incondizionato.

La splendida fotografia di Luigi Tovoli e le musiche di Armando Trovajoli fanno la differenza in un’opera che, secondo me, è bellissima.

Robert Fogelberg Rota

Un ottimo film

Un ‘opera bellsisima

titolo Cyrano

Intepreti Peter Dinklage

regia Joe Wright

distribuzioen SVt play

voto capolavoro è sicuramente uno dei migliori attori in circolazione. Qui è ancora più bravo che in Trono di Spade; lo ha dimostrato in questo film di Joe Wright, uno dei migliori registi attuali. È un Cyrano minimale, dove sono state tolte molte figure e situazioni secondarie, lasciando spazio alle canzoni e a un dettaglio fondamentale: il fatto che Cyrano non ha un naso grande, ma è un uomo piccolo di statura.

Questo rende il film storico bellissimo da vedere e rivedere. È un Cyrano simpatico, ironico e brillante (come lo è stato Tyrion Lannister), ma mi ha sorpresa positivamente nelle scene di combattimento. Nella scena che solitamente è la più "debole" dei film su Cyrano — ovvero quando si batte contro un numero imprecisato di nemici (nell’opera di Rostand sono cento) — qui combatte contro una decina di avversari, il che è molto più logico. Dà un saggio di scherma teatrale magistrale, così come quando sfida il noioso e ampolloso nobile borioso.

L’opera è ambientata durante il periodo della Reggenza, un’epoca di grande libertinaggio ma anche il periodo di Watteau. Lo si vede nella magnifica fotografia di Seamus McGarvey, che presenta un mondo arcaico, mediterraneo ed elegante, con una luce bianca splendida in molti luoghi.

Il cast è incredibile:

  • Bashir Salahuddin interpreta Le Bret, l’amico di Cyrano, in maniera eccezionale: un compagno più grande che lo aiuta e soffre nel vederlo così poco apprezzato.

  • Kelvin Harrison Jr. è un Christian perfetto: uno spaccone bravo a picchiarsi (la scena del tentato "mobbing" ai suoi danni ricorda quelle di Terence Hill!), fresco, bravo e soprattutto leale. Diventa subito amico di Cyrano e la sua fine è veramente triste.

Il film non mostra una guerra eroica, ma una guerra fatta di fango e uomini mal equipaggiati, mandati al macello da un personaggio odioso: il Duca de Guiche (Ben Mendelsohn), nipote di Richelieu. Mendelsohn lo interpreta non come il classico cattivo di Rostand, ma come un tiranno che piange lacrime di coccodrillo, rifiutato e per questo ancora più umano.

Ho amato anche i personaggi femminili: la suorina impertinente (Suor Claire), la simpatica Madre Superiora (Suor Marthe) che ha il volto nobile di Ruth Sheen, e la domestica di Roxane, interpretata da una bravissima Monica Dolan, una donna di testa. I poeti restano un po' sullo sfondo, come il panettiere Ragueneau, pur ben interpretato da Peter Wight.

Infine, Haley Bennett nei panni di Roxane è stupenda: ha voce, carisma e bellezza. È una donna magistrale che sceglie la vita rispetto alle regole e fa di tutto per essere indipendente. Un film da vedere e rivedere

Robert Fogelberg Rota

C'era una volta in Lapponia

Titolo originale: Koka Björn (Cucinare un orso)

Regia: Trygve Allister Diesen

Interpreti: Gustaf Skarsgård, Pernilla August, Simon J. Berger

Distribuzione: Disney+

Voto : Capolavoro

Poche produzioni scandinave sono state in grado, negli ultimi anni, di eguagliare il cinema danese, che è spesso capace di presentare veri capolavori. Tuttavia, Trygve Allister Diesen riesce in questa impresa con l'opera Koka Björn. In un ambiente agreste, o meglio forestale, il regista riesce a ritrarre quella che fu la Svezia dell'estremo nord a metà del 1800, alle soglie dell'industrializzazione.

È un nord disabitato, ma popolato da culture diverse e spesso in lotta tra loro per lo sfruttamento delle risorse. Un capitalismo liberale, influenzato da quello britannico ma anche francese, è rappresentato dalla tetra e libidinosa vedova Sjödal (originaria della regione di Stoccolma). Si tratta di una persona gretta e retriva, superata in antipatia unicamente dal poliziotto locale: il pomposo, violento e ottuso Brahe. Quest’ultimo, pur portando un nome nobile, ha il viso di Magnus Krepper e potrebbe essere inteso come una specie di "Re Ubu nostrano".

Da notare che questi personaggi parlano unicamente svedese, così come la classe intermedia rappresentata dal commerciante Lindemark. Quest'ultimo, libidinoso e avaro, corre dietro a tutte le gonnelle, ma possiede anche una parte sensibile resa in maniera stupenda da Jonas Karlsson, uno dei migliori "animali da cinema" svedesi. Questa sensibilità manca completamente al Dottor Severin, il cinico e sarcastico medico provinciale interpretato da Johan Widerberg. Figlio del noto regista, Widerberg ha sviluppato un'attitudine per personaggi pieni di bile e odio verso tutto e tutti.

Questi attori si muovono in un ambiente europeo: la tundra, il fjällen (in svedese), e le foreste. Il tutto è ottimamente fotografato da Aril Wretblad e ancor meglio montato come un crossover culturale con due influenze: lo "spaghetti western" e l'età d'oro del cinema scandinavo (tra cui le opere di Carl Theodor Dreyer e Friedrich Murnau).

Il ruolo dell'eroe, il pastore Læstadius, è interpretato stupendamente da Gustaf Skarsgård. È una specie di Faust, ma anche uno Sherlock Holmes e, nota bene, ha echi di Floki di Vikings. Possiede le capacità analitiche e la decisione del personaggio di Conan Doyle, unite a una forza mistica, anche se pagana (simile a Floki). Tra l'altro – e il buon Gustaf mi perdonerà – non l'abbiamo mai visto così giovane e pieno di capelli. Nutre un odio sincero per gli alcolici e un amore per la conoscenza, anche scientifica (autori come Voltaire e Rousseau), e ha una famiglia perfetta. Oltre a due bambini piccoli, la famiglia è composta dalla figlia Julia (con il viso della preadolescente Sigrid Johnson, anche lei in crisi mistica) e dalla bella moglie Britta Maria, interpretata dalla bravissima Ane Dahl Torp.

Fondamentale è il personaggio di Jussi, che ha il volto inusuale di Emil Karlsen, un ragazzo Sami (termine da preferire al vecchio e desueto "lappone", sul quale tornerò). Læstadius sa come parlare ai bambini – che sono brutalmente indottrinati a scuola – ai poveri e ai disabili, ma anche ai giovani con estrema severità, e sa muoversi tra i signori. Tuttavia, i signori non lo accettano perché il messaggio cristiano, nella sua essenza, può minare il loro dominio rozzo, brutale, cieco e retrivo. Un "fascismo" ante litteram che cercano di mitigare ma che, alla fine, precisamente come gli antenati vichinghi, chiede solo schiavi da sfruttare e brutalizzare.

I due poli antitetici sono l'artista portavoce della modernità, Beronius – che ha il fascino e il carisma di Simon J. Berger, un dandy avaro, gretto e libidinoso, non dissimile dal Näcken (spirito dei boschi svedesi) – e il figlio adottivo ed erede Jussi. Mentre il pastore rappresenta la Ragione, Jussi rappresenta la Natura, la voce della tundra. Jussi scappa, ma solo per scoprire che i Sami sono ancora più retrivi e cattivi nel loro ottuso razzismo rispetto agli svedesi.

Qui possiamo parlare delle vittime, sia dei brutali omicidi (molto ben congegnati), sia dell'oppressione di classe: i Mäkeli. Se i Sami vivono una vita nomade, i Mäkeli sono i finlandesi del nord-ovest, protestanti legati da tempo alla società svedese, con i suoi pregi e difetti, ma percepiti come una cultura aliena. Aliena per la lingua e per un modo di fare più vicino alla natura, a volte goffo e crudele, ma genuino. Troviamo figure come Rappe, il "buse" (termine svedese che indica un piccolo balordo), e le donne vittime. Dalla madre Kristina, una bravissima Elin Petersdottir, a quella che è l'eroina di quest’epopea: Maria. Interpretata dalla bellissima, forte e delicata Tyra Wingren, è una ragazza consapevole, moderna, ma anche un'atavica creatura dei boschi che possiede qualcosa di magico. Un ruolo bello, forte e intenso.

Questa è un'opera su un luogo poco conosciuto e molto interessante.

Robert Fogelberg Rota

Perché non ha senso parlare di Nanni contro Albertone

Probabilmente nessuno leggerà questo articolo, ma intendo dedicarlo a una persona che resta lo zio di tutti quelli che parlano italiano: quello zio “giovane” che ti faceva apprezzare una chiesa barocca e la musica di Palestrina, e poi ti portava in discoteca, ti diceva “parla con quella” e ti faceva avere la prima relazione. Da notare che indico “discoteca”, non il bordello. Questo zio era il grande, unico Alberto “Albertone” Sordi.

Ho scelto di mettere una foto dove lui guarda il giornalista con grande professionalità, mentre Nanni Moretti ha uno sguardo imbarazzato. Premetto che, a parte i primi bellissimi film — la freschezza, la balbuzie tecnica voluta — non apprezzo il cinema di Nanni Moretti, mentre amo Sordi, anche se non tutto. Penso che questa polemica sia stata gonfiata e, soprattutto, esasperata oltre ogni misura. C’è un pregiudizio su Sordi come attore popolaresco, sprezzante della cultura, da cui sarebbero nati eccessi di ignoranza come i cinepanettoni, la televisione spazzatura e una regressione della società.

Questo è un pregiudizio duro a morire e come tale va trattato e analizzato, guardando la realtà oggettivamente. Moretti aveva bisogno, e forse ha tuttora bisogno, di analizzare questa realtà attaccando tutto e tutti, il che è rispettabile; ma l’analisi sociologica di Sordi era più profonda perché riguardava l’uomo, il borghese e il cittadino dall’interno.

Dopo l’avventura coloniale e militarista de I tre aquilotti, Sordi inizia a sviluppare una conoscenza di un mondo che cambia in maniera drammatica e cerca di adattarsi. Un adattamento che non significa qualunquismo, ma il tentativo di cogliere tutto al punto giusto. Si vede in due splendidi film dove Sordi descrive, con garbo e commedia, sia la classe contadina che quella dei padroni: il primo è Il mafioso, dove l'ingegnere emigrato a Milano torna al paese con una moglie disinibita e viene catapultato in un mondo simile a quello del Padrino, ma vero; poi abbiamo Il trasformista, che per le donne perde tutto.

Questi film sono quasi delle prove per Una vita difficile, che segna la fine degli ideali della Resistenza senza la sentimentalità e la comicità di Scola, in un’opera molto, forse troppo, amara. Un capovolgimento di Tutti a casa di Comencini, film drammatico ma anche comico, fino alle opere magne come Un borghese piccolo piccolo di Monicelli, con un finale aperto e amaro, dove la vendetta viene compiuta senza pensarci troppo.

Si arriva poi alle opere che indagano la borghesia più di ogni altra: La più bella serata della mia vita, opera bellissima che è la trasposizione di un racconto di Dürrenmatt, e lo stupendo Finché c’è guerra c’è speranza, dove il commesso viaggiatore venditore d’armi finisce per essere l’unica persona rispettabile in una situazione complicata. A questi si aggiungono le due rivisitazioni dei classici: Il malato immaginario, film sontuoso dove la Francia diventa Roma, e l’avventuroso L’avaro, dove l’Arpagone diviene un eroe nazionale popolare. Un film dove recita con il grande Christopher Lee in una sfida che ricorda quella di una delle migliori commedie sulla seconda guerra mondiale, l’anticoloniale I due nemici con David Niven.

Ai cultori del Sordi più intellettuale sembrerà strano che io non nomini La grande guerra; è un bel film, ma per me ha un difetto di sceneggiatura perché la fucilazione più logica doveva essere italiana, non austriaca. Un grandissimo artista, e basta. Da vedere e rivedere.

Robert Fogelberg Rota

En av de bästa filmerna någonsin

Varför älskar jag Phantomen of the oepra

Titel: The Phantom of the Opera
Regi: Joel Schumacher
Medverkande: Gerard Butler, Miranda Richardson m.fl.
Svensk distribution: Sandrews Metronome

Betyg: Filmhistoria

Det kan verka ganska ovanligt att placera en rolig och för många mycket underhållande film bland de oförglömliga verken i filmhistorien. Jag anser dock att The Phantom of the Opera har enorma kvaliteter. För det första är klippningen snabb och nyskapande, och under vissa stunder kan den associeras med Terry Rawlings arbete. Fotot av John Mathieson är mer än utmärkt.

Filmen presenterar en epok med sitt fantastiska uttryck: slutet av det andra kejsardömet och den kalejdoskopiska blandning av tider och känslor som präglar den sena romantiken. Det kan verka invecklat, men i denna blandning av barock, rock, modernitet, orientalism och fantasi ser vi just den tid då Frankrike strävade efter att vara en ledande världsmakt.

Det var en period där ett uppstyltat borgerskap, ofta klätt i frack och eleganta men extremt obekväma uniformer, senare skulle göras löjliga av Offenbach. Schumacher, som i likhet med Kurosawa kan betraktas som en humanist, gör dock inte detta. I stället ger han en bild av en tid där människor hade roligt, var vackra och ville röra sig som i en musikvideo – Masquerade.

En roll som nästan fungerar som ett scenografiskt arbete är Reyer, mycket väl gestaltad av Murray Melvin, samma skådespelare som hade en liknande roll i Stanley Kubricks Barry Lyndon. För mig finns dock en tydlig skillnad: hos Kubrick präglas rollen av pessimism gentemot samhället, medan den hos Schumacher förmedlar lugn, humor och sympati.

Samtidigt finns det mörka, det konstiga och det abnorma – hämnden och galenskapen. Operan blir en metafor för livet, och filmens största förtjänst är enligt mig Fantomen, gestaltad av Gerard Butler. Trots att jag personligen ofta känt en viss antipati gentemot Butler och därför inte följt hans karriär särskilt noggrant, måste jag erkänna att han här gör en mycket stark rolltolkning.

Fantomen är ett geni: en man med smak, extremt expressiv, elegant men också kitschig som en rockstjärna. Han rör sig skickligt, till och med i en mycket vacker duell med tunga rapirer – en scen som möjligen känns något malplacerad, men ändå visuellt slående. Schumacher lyckas också psykologisera karaktären genom att visa hans svåra bakgrund, exploaterad i freakshows, med Chris Overton i rollen som påminner om Elefantmannen och Jean Valjean i Les Misérables.

Madame Giry, fantastiskt gestaltad av Miranda Richardson, är en kall men även vänlig och auktoritär figur som personifierar operan och kanske är den karaktär som bäst kan förklara Fantomen. Hon är både skyddande och gåtfull.

Fantomen i Butlers gestalt är inte enbart mörk och fördömd, utan också rått sympatisk och musikalisk. Detta märks särskilt i pastischen på Don Juan, ackompanjerad av Andrew Lloyd Webbers kanske vackraste musik – ett verkligt sent romantiskt mästerverk. Samtidigt är Fantomen den enda som sätter gränser och försvarar sin vision.

Detta kontrasteras mot operans nya ägare: André, mästerligt spelad av Simon Callow, och den yngre, mer attraktiva Firmin, mycket väl gestaltad av Ciarán Hinds. Fantomen talar också om pengar, noter och allt som är fel i Grand Opéra, särskilt genom karaktären Carlotta, spelad av Minnie Driver, något stereotypiskt komisk men med en oväntat romantisk stund mot slutet.

Kärlekstriangeln fullbordas av Christine, spelad av Emmy Rossum. Hon är ung, vacker och begåvad, rör sig fritt mellan världarna och blomstrar på scenen när hon följer Fantomen. Samtidigt har hon ett förflutet och en inre styrka som gör henne mer än en dekorativ figur. Hon hade kunnat älska Fantomen, men han tillåter sig inte att bli älskad.

Filmen lyckas knyta samman denna kärlekstriangel med ett rikt persongalleri: Meg Giry, fint spelad av Jennifer Ellison, Lefèvre i James Fleets fanatiska tolkning och Judith Paris som Carlotta robusta kammarjungfru. Det är en film som ger allt, visar allt och som – precis som senromantisk musik – helt enkelt ska avnjutas.

Robert Fogelberg Rota