Un grande autore italiano

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Ho incontrato Leonardo Tonini dopo l'evento "La notte tace", una inziativa congiunta dell'ambasciata italiana e dell'ambasciata svizzera per la settimana della Lingua Italiana nel Mondo, all'Istituto italiano di Cultura C. M. Lerici di Stoccolma.

Ciao, potresti presentarti per un pubblico svedese?

Non è facile presentarsi a un pubblico straniero perché ci sono sempre profonde differenze culturali tra un paese e l’altro, le azioni della vita sono le stesse, ma ogni popolo usa categorie differenti per comprenderle. Gli svedesi appaiono come tolleranti e aperti alle differenze, ma in realtà si pongono come spettatori di tutto ciò che non è svedese, tracciano un confine netto tra loro stessi e il resto del mondo. Sembrano molto più tolleranti di altri, ma è solo perché nel profondo non vengono scalfiti dalle differenze. Un bambino figlio di genitori stranieri, anche se nato in Svezia, godrà di tutti i vantaggi di un bambino svedese, ma verrà per lo più percepito sempre come uno straniero. Noi italiani siamo agli occhi degli svedesi molto più volgari, e lo siamo, ma la nostra storia è fatta di invasioni continue, per millenni, mentre non è così per la Svezia. Ogni popolo che è passato per l’Italia ha lasciato testimonianza di sé, ma non in forma pura, c’è stata una contaminazione molto profonda, Il gotico è uno stile non italiano, ma in Italia è diventato gotico italiano, con caratteristiche proprie diverse da quelle di qualsiasi altro paese. Così è stato per i normanni e per gli arabi e per tutti gli altri visitatori, dopo pochi anni che erano in Italia sono diventati italiani. L’esempio più famoso è l’imperatore Federico II di Svevia che seppure faceva Hohenstaufen di cognome è il fondatore della poesia italiana, ha costruito alcuni dei più bei castelli d’Italia e quando vide la Sicilia trasferì la sua corte a Palermo e ci morì. È una mescolanza anche genetica quella italiana, proprio in Sicilia è facile trovarvi italiani alti e biondi, con gli occhi chiari e tratti tipicamente nordici, insieme ad altri piccoli dalla pelle scura e con naso e occhi tipicamente arabi. Sto parlando di italiani, non di stranieri. Quindi il presentarsi a un pubblico ‘altro’ è sempre complesso, io scrivo poesie, narrativa e teatro, se oggi tu mi intervisti è perché una mia poesia è stata messa in musica dal Maestro Ghisleri e il pezzo è stato presentato in prima assoluta durante la Settimana della Lingua Italiana qui a Stoccolma, grazie all’ambasciata italiana e a quella svizzera.

Come nasce la tua vocazione di scrittore?

Credo da una difficoltà a relazionarmi con il mondo, con gli altri. Da piccolo vivevo nel mio mondo, gli amici venivano a chiamarmi per giocare a calcio e io dicevo loro: “no, grazie”, preferendo rimanere solo con i miei libri. Ho sempre scritto; scrissi un trattato di astronomia alle elementari, ho sempre avuto una passione per la fantascienza che univa il dato scientifico alla storia di fantasia. La poesia è arrivata dopo, alle superiori, quando incontrai, nello studio, altri poeti; scrivevo principalmente testi di canzoni. Il teatro è arrivato per ultimo, quando incominciò ad affascinarmi il rapporto con gli altri, il conflitto, il gioco del potere tra le relazioni.

Hai avuto una qualche particolare influenza?

Io sono un lettore onnivoro, ho letto davvero qualsiasi cosa, senza pregiudizi, e ho letto moltissimo, filosofia, critica letteraria, arte, romanzi, in maniera piuttosto disordinata almeno fino all’Università dove, per esigenze di esami, ho dovuto impormi un po’ di disciplina. Quindi sono sempre influenzato da tutto, ho scritto testi che sono interamente costituiti da citazioni. Ma quello che conta in arte è avere una voce propria, l’arte è la ricerca della propria voce e al contempo di una voce universale. Mi piace procedere per variazioni, leggo qualcosa di Harold Pinter e mi chiedo: cosa succederebbe se avvenisse questo? se entrasse un personaggio così? se cascasse il teatro? mi piace ‘dissacrare’ nel senso di de – sacralizzare un testo, per costruire poi un’altra mitologia. C’è un mio breve pezzo andato in scena la scorsa settimana a Cremona, è un pezzo farsesco, apparentemente assurdo, ma ha l’impianto di una sacra rappresentazione e parla alla fine di dinamiche sociali e del rapporto tra l’opera e la sua fruizione da parte del pubblico.

Quali sono i temi che ami di più trattare nella tua opera?

Sulla mia poesia Giuseppe Cerbino ha detto che in essa “La realtà non ha bisogno di simboli perché così come si presenta è in se stessa “simbolica”; è diventata talmente improbabile che il poeta la lascia così com'è.” In effetti non è la mia una poesia di introspezione, ma tende a descrivere il paesaggio come qualcosa di scandaloso agli occhi del poeta che non lo riconosce più, lo sente come un fatto estraneo perché a essere perduto è “il primato stesso del paesaggio sull’uomo”; è avvenuta una disgregazione, una separazione intima e non più conciliabile. L’uomo non fa più parte della natura, osserva la realtà come un alieno arrivato sulla Terra per la prima volta. La mia poesia è la ricerca di un linguaggio per descrivere questo cambio di paradigma, non bastandomi più il linguaggio nel suo uso comune. Di certo, io concepisco l’arte non come espressione di sé, che oggi è la cosa che va per la maggiore, ma come ricerca di sé. Dice Jodorowsky, non dire quello che sai, ma quello che sospetti. Ha ragione, la ricerca è sempre verso un territorio sconosciuto di cui si fiutano le tracce.

Come vedi la riduzione di opere teatrali al cinema o per la televisione? Hai qualche buon esempio?

Trasformare una opera d’arte in un’altra è sempre un fatto positivo, al di là del risultato. È una rilettura, una interpretazione. Non bisogna però fare l’errore di confrontare. Il Maestro Stefano Ghisleri ha messo in musica una mia poesia, ora anche se il testo è mio, quello è un pezzo di musica lirica e come tale va giudicato. Il testo di partenza è solo un pretesto, ma ora è musica. Ascoltando la prima versione del notturno “La notte tace”, dove era stato usato il mio testo in forma integrale, ho capito subito che c’era del lavoro da fare, ciò che poteva andare bene per la pagina scritta, non era più funzionale con la musica. Ci abbiamo lavorato sopra e il risultato è quello che abbiamo sentito qui a Stoccolma. Ma è musica. Mi viene in mente il romanzo Solaris di Lem, ma potrei fare mille altri esempi. Il film del 1972, di Andrej Tarkovskij, è considerato un capolavoro del cinema pur differenziandosi molto dal libro. Il film di Soderbergh, del 2002, è più aderente al romanzo, ma è da dimenticare. L’arte prima che linguaggio è un sistema di segni, segni verbali in letteratura, segni visivi nel cinema, segni sonori in musica. Da qui deriva che non possiamo paragonare un romanzo come Moby Dick alla trasposizione filmica che ne ha fatto John Huston; la sua è una interpretazione e soprattutto è cinema.

Qual è la situazione per i giovani autori in Italia e in Svizzera?

In Svizzera non so, ma in Italia la situazione è, per usare una espressione tipicamente italiana, tragica ma non seria. In realtà c’è solo un grande pregiudizio nei giovani artisti italiani di oggi, credere che qualcosa gli sia dovuto. Le lamentele che non ci sono soldi, che non ci sono spazi, che la gente è disaffezionata al leggere e alla cultura sono solo in parte vere e sono per lo più una scusa. Ricordo una conferenza del sindaco del mio paese di qualche anno fa. Un gruppo di artisti andò a lamentarsi che a Castiglione non c’erano spazi per gli artisti. Il sindaco sbottò dicendo che c’era la sala civica e molti altri spazi, solo che andavano per la maggior parte del tempo deserti, nessuno le richiedeva. Si scopriva così che i giovani non erano per lo più in grado di capire come richiedere uno spazio o un finanziamento. Certamente poi l’artista si scontra con interessi, con mentalità ristrette e tutta una serie di cose, ma l’arte è fatta apposta per creare dal nulla nuove prospettive. E nuovi spazi dove fino a poco prima pareva non esistessero. Pensiamo ai fratelli Lumière, che spazio infinito hanno inventato. Ogni opera d’arte è un taglio nel caos e il caos si riorganizza intorno a quel taglio. Una poesia, un brano musicale, quando è vera arte, è come un teorema matematico, il mondo non può più farne a meno. Quando decidi di realizzare qualcosa, di tuo o di qualcun altro, il primo vero problema è chi si tira indietro, chi non si fida, chi dice “e io cosa ci guadagno?”, “perché dovrei fare questa fatica?”. Il vero problema nell’arte oggi è la paura di rischiare.
Come pensi che si evolverà la lingua italiana?

Si evolverà come tutte le lingue del mondo, verrà contaminata da altre lingue e verrà storicizzata dagli scrittori e dai poeti. È sempre stato così. Oggi si teme il cambiamento, ma è da idioti. Nel XIV secolo tutti parlavano in volgare e scrivevano in latino perché si riteneva che il volgare non fosse paragonabile per dignità e completezza. Poi è arrivato il signor Dante Alighieri. In Inghilterra ricordo di aver letto un articolo ironico, ma che era comunque un segnale, dove ci si lamentava delle troppe parole italiane nell’inglese moderno. In Italia, c’è chi vorrebbe un ritorno al dialetto, ma questo è un discorso fottutamente idiota. Il dialetto c’è, è codificato, ci sono poesie e libri in dialetto, ma non c’è più il mondo del dialetto. Come dire in dialetto computer o iPhone? c’è stato un tempo in cui l’italiano era la lingua più prestigiosa in Europa, poi è stata la volta del francese e adesso è l’inglese, probabilmente fra 30 anni sarà il cinese, chi lo sa? Quello che forse ci dovrebbe preoccupare è la povertà linguistica, che è povertà di pensiero, ma questo è un altro discorso e forse pure questa questione è strumentalizzata più che reale.

Pensi che internet favorirà la fruizione di giovani autori?

Internet non favorisce la fruizione, ma la produzione. Con Internet è possibile aprire un blog in pochi minuti e pubblicare, e puoi farlo gratis. Il problema è poi trovare chi ti legge. Ci sono strumenti gratuiti per far conoscere le tue iniziative, come i social, ma chi ci mette soldi ha corsie preferenziali. Sono cose note, e allora? Piangiamo e ci lamentiamo o troviamo una soluzione? che cosa vogliamo in realtà? diventare famosi o proseguire il cammino dell’arte? Io dico: tu fai qualcosa di bello, il resto verrà da sé.

I tuoi prossimi progetti?

Make it new, diceva Ezra Pound. Rendi nuovo, trasforma, inizia. Che cosa? il mondo. Come? con quello che sai fare. Sto cercando appoggio per la realizzazione di un film sannixista: “Il vestito aspetta il profumo”, ma il mio primo problema è sempre quello, fai qualcosa di valido! “Tu puzzi” è stato pubblicato per la prima volta nel 2005, è andato in scena solo la settimana scorsa a Cremona per la prima volta, per la regia di Ilaria Spotti. Per chi non l’aveva mai visto, era un testo clamorosamente nuovo.

Leonardo Tonini (Castiglione delle Stiviere, 1974) poeta ed editore, ha scritto di Ungaretti, Deleuze, Pinter, Spinoza, Sloterdijk e altri. Ha pubblicato raccolte di racconti e poesie. Ha una passione per la Storia moderna e collabora a progetti internazionali. E' stato uno dei fondatori del Movimento Sannixista. Nel 2015 ha vinto il premio Virgilio Masciadri (Aarau, CH) per la promozione culturale.

Un libro che ci restituisce un tempo che fu

Giovanni dall’Agocchie

Dell'arte i scrima libri tre introduzione e interpretazione a cura di Daniele calcagno Genova 2017

Un libro da non perdere

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La domanda che viene spontanea e il come mai bisogna dedicarsi allo studio e alla lettura di un tratto di scherma molto specifico come “dell’arte di scrima libri tre” di Giovanni dall’’Aggocchie con introduzione e interpretazione dello storico genovese Daniele calcagno. La risposta e che si tratta di una delle migliori libri di argomento storico e saggistico scritti ij Italia che ha il merito con una revisione fi logicamente a prova di bomba di uno dei testi più intesi e più belli scritto nel rinascimento in uno stile sempre alto ma facile colloquiale e con un senso dello humor secco e sotto le righe tipico di molti autori liguri. Da notare che anche il premio Nobel luigi Pirandello era d’origine ligure e conservava dalla Liguria dei padri questo humor che era sempre presente nelle sue opere. Daniele Calcagno ha due vesti quella di praticante dell ‘hema Historical European martial art e quella di illuminare la pratica schermistica attuale con coppie di armi dell’epoca e protezioni moderne che si fa in molti tornei con un ricreare questo mondo che parte da testi molto precisi che vengono descritti in maniera molto precisa e ci danno l’idea della vita dell’epoca in tutte le classi sociali. La società della controriforma e soprattutto del manierismo aveva una grande necessità di codificare dare regole di comportamento precise anche sul campo di battaglia e sulla difesa personale. L’uso delle armi era sempre un qualcosa in agguato e episodi come quello del duello tra il futuro fra Cristoforo e un nobile spagnolo ricordo con molta maestria da Alessandro Manzoni nei “Promessi sposi “ erano all’ordine del giorno. La scherma al pari della danza ma anche di altre discipline viene codificata e bisogna sapere subito se ci si trova di fronte a un vero nobile o invece a una bravaccio. Il testo di Giovanni dall’’Aggocchie è un dialogo che l’autore uomo d’arme tiene con Girolamo Martinengo in un palazzo bresciano ma fa parte delle opere di una grande scuola quella Bolognese che ha come altri esponenti degni di nota Achielel Marozzo e marciolino che vivono una generazione prima di Giovanni dall’’Aggocchie e sono corrispondenti nell’area tedesca con l’opera del bernese Joakim Mayer. Queste scuole hanno il vantaggio di essere molto precise anche per via di illustrazioni nel caso di mayer e Marozzo ma non per Giovanni dall’’Aggocchie che usa il dialogo che presuppone domande botta e risposta e manda avanti una tesi. I più gli ricorderanno in Giacomo leopardi figlio del conte Monaldo che amava definirsi l’ultimo spadaro d’Europa e per questo dà una serie di consigli tesi e antitesi in un modo d’allora che iniziamo a studiare e capire comprendere. Calcagno che inizia il testo dopo una bella introduzione di un altro maestro di scherma il varesino Carlo Parisi ci indica quello che succede in maniera molto limpida molto chiara dando un quadro sia di quella che è la grande storia della scherma nell’Italia centrale settentrionale che nonostante la perdita politica rimaneva uno dei fulcri culturali e sociali d’Europa ma anche della storia di questi personaggi degna di eroi o antieroi di trono di spade. . L’utilizzo di terminologia schermistica attuale non è per niente scontato visto che non tutti i praticanti Hema o anche chi prende in mano questo libro forse ha praticato la scherma olimpica ma secondo me riesce a dare il suo scopo. Concetti quali la misura la posizione e la velocità sia attuali con armi super leggeri che con coppie di armi pesanti come quelle dell’epoca sono fondamentali anche per seguire un passaggio che è anche di costume. Il formato del testo può aprire scomodo (si tratta di un in foglio simili ai testi del teatro elisabettiano) in realtà lo rende utile perché ci invita a nostre chiavi d’interpretazione nostre varianti e diviene utilissimo per capire la lingua dell’epoca confrontata con un italiano piacevole e perfetto che vorrei vedere in più testi 8per me resta un mistero che una persona come Daniele calcagno non pubblichi articoli storici su giornali come “la stampa” e “il corriere delle sera”) e alcuni disegni ci mostrano una bellissima capacità di conoscenza della stessa. Un testo bellissimo molto piacevole e secondo me destinabile a molti cultori della prosa italiana , della storia ma anche ragazzi e ragazze che si stano avvicinando a questo mondo . Se devo trovare il pelo nell’uovo avrei voluto una foto dei due curatori in spada da alato per dare l’idea a chi vuole iniziare a praticare. Per curiosità la mia illustrazione deriva da una delle molte versioni del tratto di scehrma di Achille Marozzo.

Robert Fogelberg Rota


Synpunkter på Elvria Madingar på Parkteatern årets föreställning

Vårt behöv av den eviga kärleks

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En av dem bästa saker som föregår i Stockholm är onekligen park teatern och även i år ger dem i present till stockholmarna i den vackra sommaren en extremt bra föreställning om en av dem mest berömda och för allt del svåra kärleks historier som har tagit palts i Skandinavien den av Sixten Sparre och Elvira Madigan . Alla borde inte minst på grund av den i särklass bästa svenska filmen med Ruben Östlund ”the Square ” och Ingmar Bergman ”Sjunde Insegel” och ”Jungfrukällaren” känna till den och nu Stockholm Parkteatern sätter upp den för regi av Anna Ståhl denna historia nu i en musikal cirkus form. Resultaten är ypperliga. I den det finns en form lekfullhet och vemodet som är given inte enbart på grund av musiken för vilken ansvara Emma Sandanam och Mette Herlitz men även för den ställning av en historia till vilken det ges även bakgrund av två människor som först mera än att hitta varandra rymmer från den grymma modern laura maningar extremt bra spelade av Sofia Ljung och av ett äktenskap med ett sarkastisk kvinnan som inte älskar honom Lycka spelade  Johanna Perera Erikson. Det är två mycket fina gestaltar av människor som gör grymma saker inte att för allt del vara så grymma själva snarare mera förstörda av ett samhälle en moral som kommer och tynger hela tiden. Det är i den nästan elisabetanska scenografi vi ser hur i ett berättande form inte minst av musiken denna historia som är redan sagt ifrån början utvecklas och vilken kommer att vara den stora problem med den för alla. Det ses tydligt i den roll som för mig är den mera gåtfull som visar tydliga bevis på ett utmärk skådespel när det gäller blandning av teatern och cirkus Sixten Sparre som har Robert noack ansikte. Det är en bortskämd frustrerade poet som är både den roliga och den allvarliga clownen som påminner om Jarl Kulles bästa roll någonsin ”Sommar nattens leende” och inte minst om Tommy Bergman i Bo Widerberg redan citerade ”Elvira Madingar som fokuserade ganska mycket på löjtnant Sparre. Om kulle hade spelat en macho män som viste att hans tid denna av kavalleri och den ärorika krig var borta och om Berggen hade presenterat en pacifistisk roll medan Noack presentera en människa som vet redan ifrån början att allt det som han gör är fel kan eller får inte fungera och lever i ett slags infantil sett att kunna få se verkligheten som kan inte resultera i någonting annat än problem för hans själv och för Hedvig Elvira. För mig det som gör denna förställning så bra är just Elvira som spelas av Ellen Lindblad som visar tydligt den skinnade som förekommer mellan Hedvig Jensen den timida ballerina och den line dansös som är Elvira Madigan en sex symbol och den perfekta platoniska kärlek. Hon gör den helt enkelt så bra på ett fantastiskt sätt som får oss både att skratta och att gråta att bli så belåten med en naturlighet som sällan man har skådat på dem svenska teatrar. En helt fantastisk föreställning.

 

Robert Fogelberg Rota

Anna Zirli e Alfredo Totti presentano l'attivitá musicale della regina Cristina

Christina di Svezia e la musica

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La conferenza è in italiano Anna Zilli un libro tradotto grazie alla fondazione Lerici che è sempre vicina all’istituto di cultura italiana presente con diverse borse di studio. Altre istituzioni hanno sostenuto questo progetto: la Prins Carl Gustav Stiftelse, La Kungliga Patriotiska Sallskapet e la SWEA Rom. Vengono anche tradotti libri italiani in lingua svedese. Non si tratta di titoli letterari una ricerca per il museo dei reali. Il personaggio di Cristina di Svezia è molto eclettico ha donato una biblioteca al comune di Fermo (in realtà aveva lasciato tutti i suoi averi al Cardinale Decio Azzolino, di Fermo, che muore due mesi dopo la regina Cristina. Allora passa tutto al nipote Pompeo Azzolino che inizia a vendere le cose della Regina. Molte cose sono nella biblioteca Vaticana e molte nella biblioteca di Fermo). Ha inciso molto sulla vita culturale di Roma o meglio dell’Italia. La Svezia è un paese molto buio. La storia del libro inizia 5 anni fa esce nel 2013 in Italiano come na tesi di laurea al conservatorio di Frosinone. Poi, un altro anno di ricerche ancora più approfondite e diventa un libro. La scrittrice è una cantante barocca. Cristina fu la musa di Roma, una grandissima mecenate di musica. Passava davanti al monumento dedicato a Cristina di Svezia nella chiesa di San Pietro chiedendosi se una donna sepolta in Vaticano non fosse una sorta di santa. Dai racconti delle guide veniva fuori qualcosa di diverso. Molti romani sentono Cristina come la regina che ha scelto la città dei suoi sogni facendo la mecenate soprattutto per la musica. Aprì il primo teatro pubblico a Roma. Nel 1634 a Venezia venne aperto il teatro San Cassian. Lo aprì nel 1671 il teatro Tordinona che oggi non esiste più. Ha ottenuto il permesso di far cantare le donne a Roma. Le voci femminili in quell’epoca erano quelle dei castrati. Si parla molto di alcune donne cantanti. Cristina viveva a Palazzo Corsini. Quando lei lo acquistò si chiamava Palazzo Riario . Ogni sessione dell’Accademia Reale, da lei fondata, veniva aperta e chiusa dalla musica. La vita di Cristina a Roma era come un lunghissimo film con una splendida colonna sonora. L’entrata di Cristina fu il 23 dicembre 1655 ci sono diverse immagini di questo evento. Entrò dalla Porta del Popolo. Sopra la porta del Popolo, restaurata per l’occasione da Gian Lorenzo Bernini, c’è un’iscrizione che ricorda l’evento: “Al felice e fausto ingresso. A.D. 1655. Non venne neanche scritto il nome della regina Cristina di Svezia. Non vi era bisogno, perché tutti sapevano a chi si riferiva quel felice ingresso. Il funerale fu nel 1689 e la musica era la forma d’arte. Il Carnevale romano momento di meno restrizioni. Il Carnevale del 1656 passò alla storia come il carnevale della regina. Cristina non solo ispirò attività musicali; fu anche promotrice di molte accademie musicali. Fu prima ospite del Papa nella Torre dei Venti in Vaticano, evento praticamente unico per una donna; poi si trasferì a Palazzo Farnese. in una delle sale, forse quella affrescata dai Carracci, si teneva l’accademia Reale. Partì per due o tre viaggi in Svezia per cercare di aumentare le sue  risorse finanziarie. Continuò con l’Accademia Reale e le attività musicali a Palazzo Riario che divenne un grande centro culturale. L’accademia non era aperta alle donne ma a principi e cardinali (Strindberg disse che odiava le donne) v’è una lista dei vari argomenti amore, Dio, fedeltà e diverse altre virtu’. Una quasi certezza nel 1676 venne messa in scena una serenata che Cristina commissionò a Alessandro Stradella: Damone e Clori o La forza delle stelle. Cristina stessa lasciò scritto la trama, la strumentazione, la scelta delle voci. Non solo amava la musica ma era una vera esperta essendo anche parente del padre delle musica Svedese Erik XIV. Alla fine di febbraio, il 24, a Roma verrà messa in scena la serenata La forza delle stelle per cinque voci. Cristina amava l’opera; la musica strumentale l’apprezzo dopo l’incontro con Corelli, che fu uno dei suoi prestigiosi maestri di cappella. Amava in particolare i madrigali, un genere musicale che aveva raggiunto il massimo fulgore nel ‘500. Le dimensioni di palazzo Riario non permettevano la messa in scena delle opere barocche più complesse. Si mettevano in scena soprattutto le opere pastorali di Alessandro Scarlatti, che non necessitavano di complessi cambi di scena. Sul luogo ove un tempo sorgevano le carceri di Torninona - dove furono ospiti Giordano Bruno e Caravaggio – fu costruito il Teatro Tordinona. Inaugurato nel 1671 chiuso nel 1674 perché nel 1675 ci fu il giubileo, durante il quale era permesso suonare solo musica sacra. Nel 1676 Innocenzo XI chiuse il teatro fino al 1690, l’anno dopo la morte di Cristina e dello stesso Papa. Le opere proposte al Tordinona erano principalmente di Cavalli e Cesti. Nella stagione del Carnevale 1671 fu inaugurato l’8 di gennaio lo Scipione Affricano di Francesco Cavalli e poi il Giasone o meglio il “Novello Giasone”. Erano opere che erano già state messe in scena a Venezia e che poi furono ritoccate con i prologhi di Alessandro Stradella. La cantante Antonia Coresi, una delle quattro cantanti di cui si parla nel libro, ebbe il ruolo di Scipione nell’omonima opera e di Medea nel Giasone. I personaggi maschili erano spesso soprani soprattutto castrati. Le loro voci erano acutissime e le loro gabbie toraciche maschili, più capienti, permettevano loro di avere fiati prodigiosi. Anche Angelica Quadrelli ebbe ruoli da protagonista nelle opere del Tordinona, Scipione e Giasone. Cristina organizzò anche opere presso la residenza di Gian Lorenzo Bernini, dei Colonna e dei Pamphili. Bernini era uno stimatissimo amico di Cristina. Era così stimato da lei che si dice che quando andava a trovarlo nel suo laboratorio gli baciasse il grembiule in segno di deferenza.  Nessuno trattava gli artisti così bene in quell’epoca. Bernini spesso organizzava opere in casa, di cui creava la scenografia. Per mettere in scena molti oratori si utilizzavano spesso i collegi o seminari. Cristina fece di Roma uno dei centri musicali più incredibili. Scarlatti e Corelli erano alcuni dei maestri di cappella nella sua corte romana. Le cantanti venivano formate alla musica al canto ma anche agli strumenti – liuto, spinetta, clavicembalo. Le cantanti dovevano viaggiare moltissimo per lavorare. Si recavano presso la corte dei vari duchi principi o quant’altro nelle diverse città di Italia. Le donne avevano un maestro e mentore privato. Il Papa Odescalchi Innocenzo XI vietò a tutte le cantanti donne di lavorare. Moltissime di loro rimasero senza lavoro; Cristina cercò di sistemarne alcune a casa sua ed altre in vari conventi. Innocenzo XI vietò inoltre alle donne di indossare camicie. Cristina fu molto felice a Roma. In una lettera scritta ad Amburgo nel 1666 disse che avrebbe vissuto a pane e acqua a Roma con una sola serva piuttosto che da regina in qualsiasi altra parte del mondo. Oltre ad essere appassionata di musica ed arte era appassionata anche di alchimia. Roma è piena di luoghi legati alla memoria di Cristina. Un itinerario ideale sulle tracce di Cristina partirebbe da piazza del popolo, per poi arrivare a Piazza Farnese con la chiesa di Sanat brigida. E la galleria Corsini a Trastevere; la zona del Tordinona dalla parte opposta di Castel Sant‘Angelo e la sua tomba in Vaticano. Con il cenotafio. Prima di trasferirsi definitivamente a Palazzo Riario fu residente al Quirinale a Palazzo Rospigliosi. In Santa Maria in Navicella fu esposto il suo cadavere. Avrebbe voluto essere sepolta in Pantheon accanto al suo amato pittore Raffaello Sanzio. Invece per la ragione di stato venne sepolta in Vaticano. Non fu mai musicista, solo dilettante. Aveva una voce di contralto. Stradella era nato a Nepi. Non ci sono documenti rilevanti sui balletti nella zona di Roma. C’erano molti cantanti alla sua corte; uno fra tutti il castrato Loreto Vittori preso dalla cappella Sistina e il tenore Nicola Coresi, marito di Antonia. Essendo legata al Vaticano Cristina poteva prendere in prestito i cantori della Cappella Sistina per oratori e musica sacra. Bisogna aspettare il 1800 affinché le cantanti donne possano tornare ad esibirsi tranquillamente. Senza il vaticano era più facile I conservatori nascono a Venezia e a Napoli. Nella prima c’erano le putte di Vivaldi. Per la serenata La forza delle stelle ci sono due manoscritti a Modena e a Torino. La nostra autrice ha scelto quello di Torino perché li vengono proprio indicati i nomi delle protagoniste interpreti – una di esse era Antonia Coresi. Cristina non odiava le donne. Oggi è diventata un icona per il movimento gay. Una presunta storia d’amore con il cardinale Azzolino. In Italia avvengono sempre più  femminicidi - cosa preoccupante. Forse sarebbe l’ora di portare l’esempio di Cristina donna forte, colta e libera più in auge. Lei era una regina ma ha avuto un’educazione senza nessuna restrizione. La conoscenza, la cultura, il sapere lo studio sicuramente possono costruire un’immagine più forte delle donne. Fu educata a fare molte cose. Forse la strada dovrebbe essere l’educazione. Odiava tutto ciò che era la sfera domestica delle donne. (Però in Svezia è po’ diverso il modo di costruire l’immagine

En annan svensk super stjärnan Cornelia Arvidsson

En Jenny Lind för rock musik

Få gånger har unga musiker varit so bra och skickliga även i deras första album som Cornelia Arvidsson som jag är nere skall intervjua

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skulle du kunna presentera dig lite grand och dina musiker?
Jag skriver musiken i bandet Jag tycker jag är vacker, och jag har med mig Andreas Pettersson på trummor, David Bennet på saxofon och klarinett, Joel Karlsson på saxofon och klarinett samt Samuel Löfdahl på bas.

vilka ör dina stora influenser?
Min största influens är Radiohead. Både låtskrivningsmässigt och röstligt. Har varit ett stort fan av Cornelis Vreeswijk, Sigur Ros, Kent och Stina Nordenstam och sångerskor som Nina Simone och Monica Zetterlund. Musiken i bandet har jag fått höra låter som den är från 70talet och nian föräldrar lyssnade en del på progg så det kan vara därifrån, men musiken är inte politisk.

hur började du som sångerska?
Jag var saxofonist ursprungligen, men efter flera år av prestationsångest och en längtan att få uttrycka mig direkt från kroppen valde jag att byta till att fokusera på sången som 20åring. Direkt kändes saker och ting enkelt. Har i princip aldrig jämfört mig med andra sångare efter det, känner en stark koppling mellan mitt sanna jag och min röst, igenom min röst inom musiken är jag mer ärlig och obrydd/accepterande än jag kan vara i vardagliga livet. Det ger mig en slags paus ifrån det värderande som genomsyrar hela samhället.

Vilka ör dem stora svårigheter för unga svenska artister?
Det är svårt att nå fram med musik som inte direkt tilltalar människor beroende-nerv. Vi är vana att bli matade med kickar. En person lyssnar sällan på ett helt album nu för tiden, inte jag heller tyvärr. Ändå måste en som musikskapare försöka. Jag måste fortsätta. Även om ingen annan än jag lyssnar på min musik så är den viktig, jag vet att det finns en plats för alla musiker. Det finns något otroligt viktigt och bortprioriterat av många, i det att respektera sig själv och att följa sin vilja att uttrycka sig och kommunicera, att våga vara öppen med sin konst och låta det falla platt. För mig är det viktigt att våga vara sårbar på det viset. Att syftet är att jag gör det, och om någon lyssnar så är det grädde som jag blir tjockare och godare av, men jag klarar mig nog bra utan det också. Det är lite som civilkurage. Om jag inte säger vad jag tycker så kommer jag gå och gräma mig efteråt, för att jag inte gjorde det som jag visste var rätt. Det känns alltid rätt när en sagt till, även om ingen lyssnade.

har du planera på att sjunga på engelska eller kommer du att försätta på svenska ?
Jag tycker det är ganska tråkigt att sjunga på engelska. Det blir mer som ett instrument som jag trycker på, och min röst bli mindre i kontakt med min kropp. När jag sjunger på svenska kan jag använda ett större djup och det är jag mån om. Jag låter yngre när jag sjunger på engelska, vill hellre låta äldre. Det är nåt med placeringen i engelskan.

hur ser du på dagens samhället utseende fixerade?
Det är fruktansvärt att människor dör av anorexi. Det är patetiskt att inte fler förstår att det är något vi göder varje dag, den här utseendehetsen. Och anledningen till bandnamnet har med det att göra, när är jag vacker? Jag insåg för några år sen att jag aldrig tyckte mig se lika vacker ut som när jag mediterat. Då insåg jag att min definition av skönhet = närvaro.

vad tänker du om Meto rörelsen?
Bra. Ett steg i rätt riktning.

Har du en favorit författaren?
Bodil Malmsten.

När kommer vi att se en av dina musik video?
En kan kolla in på corneliaarvidsson.se titt som tätt. Eller gilla oss på facebook.se/jagtyckerjagarvacker