Ho incontrato telefonicamente Leonardo Tonini dopo la notizia della sua pubblicazione su una prestigiosa rivista statunitense. Avevo già intervistato Leonardo quando era stato a Stoccolma nel 2019, ho pensato che fosse tempo di fargli qualche altra domanda.
Il successo internazionale: Sei stato pubblicato su una rivista statunitense: cosa ha significato per te? Puoi parlarci della rivista e dell'importanza di questo traguardo?
La cosa è stata una sorpresa solo in parte. Con Melissa Melpignano si era deciso di tradurre in inglese le poesie di Siriana e di proporle a una rivista statunitense. Con la prima rivista non era andata bene ma, invece di scoraggiarsi, Melissa ha alzato la posta e l’ha mandata senza dirmi niente a The Massachusetts Review, una delle più importanti riviste letterarie degli Stati Uniti. Questa volta le poesie sono state selezionate per la pubblicazione. Melissa mi ha telefonato dall’America il primo di gennaio per dirmi la notizia. Non so se è un traguardo. Siriana è la mia silloge sulla Siria, e il primo nucleo risale al 2012. Non pensavo alla pubblicazione, ero tornato dalla Siria dove ero stato subito prima della guerra e avevo bisogno di non perdere le sensazioni che avevo vissuto, e allo stesso tempo di riflettere sull’assurdità della guerra. Finora è stata pubblicata in traduzione in Algeria, Grecia, Svizzera e Spagna. Io guardo il suo percorso con affetto, e rimango sorpreso della tenuta di questo testo. Va ricordata anche la messa in musica del Maestro Stefano Ghisleri, andata più volte in scena in Svizzera e in Svezia.
Il concetto di Arte e Poesia: Cosa ne pensi del modo in cui vengono intese oggi l’arte e la poesia? Spesso si abusa di questi termini applicandoli ad altre attività; qual è la tua opinione in merito e cosa ne pensi del valore della "forma"?
Non ho idea di come oggi vengano intese l’arte e la poesia. Viviamo nel contesto della molteplicità, ci sono spinte verso l’omologazione, è vero, ma in realtà, se si va ad approfondire, l’arte e la poesia non sono mai state così lontane dal formare quello che una volta era definito come “canone”. Il problema è che si tende ad essere superficiali per desiderio di notorietà. Un cantante che oggi punta alla notorietà difficilmente sceglierà un percorso inusuale, raro o difficile, ma si butterà sul già noto, sul riconoscibile. Molti però sono quelli che fanno di testa loro e seguono la loro direzione, anche se destinata al fallimento “commerciale”. Molti oggi si stanno stancando di questa logica imperante del “se non sei famoso, non vali nulla”. Poi li vediamo i famosi e, per lo più, sono loro a non valere nulla. La forma è la memoria dell’umanità, è la tecnica. Molti oggi pensano che sia una trappola, io dico sempre che è come per il ballo, più hai tecnica e più il tuo ballo è libero.
Il canone letterario: La mia impressione è che autori come Ungaretti, Quasimodo e Montale siano poco approfonditi dal grande pubblico, che preferisce autori più classici come Leopardi — il quale, pur essendo classicista, è l’incarnazione del "genio" romantico. Sei d’accordo?
Beh, no. Hai citato dei classici assoluti, ormai entrati nel canone del Novecento a tutti gli effetti. Sono poco approfonditi perché nella scuola italiana si arrivava di solito fino a D’Annunzio. Ma questo è perché chi compilava le antologie quando io e te andavamo a scuola era nato negli anni ‘60, mentre noi andavamo al Liceo negli anni ‘90. Pasolini negli anno ‘60 era un personaggio vivo e molto chiacchierato, non si sapeva se meritava di essere messo in una antologia oppure se fosse “troppo presto”. C’erano già però Ungaretti, Quasimodo e Montale. Leopardi sembra più famoso oggi non perché è romantico (non lo è) ma per i film che gli hanno dedicato. Le antologie scolastiche di oggi hanno autori anche più giovani di me e di te, e ce ne sono persino di bravi!
Lo stato dell'italiano: Tu lavori con la lingua italiana: come sta oggi la nostra lingua? Pensi che le nuove comunità di parlanti possano apportare delle novità sostanziali? E come credi che si evolverà?
La nostra lingua sta bene. Potrebbe sembrare che non sia così, ma non è vero, è una lingua viva che si modifica, ma rimane sempre una delle più conservative. Noi leggiamo ancora Dante Alighieri a scuola, Petrarca, Boccaccio. Nei paesi di lingua anglosassone è impensabile leggere un testo del ‘300 se non si è specialisti. Ci sono tante mode, soprattutto gerghi giovanili, che però lasciano poco in eredità. Negli anni ‘70 erano comuni termini come “benza”, “schizzo”, “matusa”, “pollastra”, “ferro”, oggi sono scomparsi. Scomparirà anche “maranza”. Anche l’invasione dell’inglese va vista in prospettiva, c’è stato il tempo del francese, come di molte altre lingue prima di esso. Hanno lasciato più i Longobardi alla lingua italiana, o gli Arabi.
Tecnologia e Lingua: Quali rischi vedi nel rapporto tra l'Intelligenza Artificiale, la digitalizzazione e la lingua italiana?
Non parlerei di rischio. Oggi vengono pubblicati centinaia di libri scritti dalle IA. Qual è il problema? Nessuno li legge. Mentre quando vado in treno trovo sempre qualche ragazzo o ragazza giovane che si legge per conto suo Dostoevskij. Lui scriveva per pagare i debiti, ma aveva sempre in mente la gloria nei secoli, un’eredità da lasciare a chi sarebbe venuto dopo di lui. Se oggi uno scrittore non ha queste due cose, cioè la necessità impellente e il desiderio di sopravvivere alla morte, farebbe bene a non scrivere. Chi scrive per narcisismo fa un’operazione culturalmente inutile e quindi può anche farsi scrivere il libro da una macchina.
Futuro: Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Tanti. Un libro di racconti di viaggio e uno di racconti di fantascienza. Poi c’è la poesia, quella esce dal cappello quando vuole. Quando ne scrivo una, non so mai se è l’ultima, se sarò ancora capace di scriverne un’altra.
Intervista di Robert Fögelberg
