Buona mess ain scena ma
Stradella è forse uno dei musicisti più geniali di tutti i tempi. Il Teatro di Drottningholm presenta una messa in scena a cui collaborano due esperti di musica barocca: il direttore d'orchestra argentino Francesco Corti e il regista tedesco Nils Spangenberg. Si tratta di una messa in scena molto bella e interessante per un oratorio poco "sacro" e molto vicino a un'opera da camera, sostenuto da interpreti bravissimi. L’esecuzione musicale è straordinaria, come ci si aspetta sempre, e accompagna la narrazione dalle rive del Giordano fino al palazzo di Erode.
È un oratorio che potrebbe persino spiegare l’onta della Superba per aver ucciso Stradella e fatto scempio del suo cadavere. L’esecuzione musicale, a mio parere, ha influenzato non solo Gluck — e di conseguenza Mozart nella sua linea melodica — ma anche compositori successivi come Wagner e Puccini. Ciò si nota nell'uso dei Leitmotiv, che evidenziano la figura di San Giovanni Battista, interpretato dalla bravissima mezzosoprano Mathilda Sidén Silfver. Cantante che riesce a dare forza e carisma a un personaggio altrimenti odioso: un predicatore singolare che sovverte l’ordine, privo di fascino superficiale. È una figura interessante ma semplice; non si presenta come un vero profeta, bensì come un uomo che sembra voler farsi odiare da tutti, cercando a ogni costo di porsi come un agente di potere pur senza sapere davvero ciò che vuole. Stradella, che ricordiamo proveniva da una famiglia di tradizione ebraica, vuole mostrare come il fanatismo e il moralismo dei rivoluzionari possano portare solo a gravi problemi e al caos. La cantante evidenzia questo lato negativo e antipatico del personaggio attraverso modi altieri, gesti scultorei e precisi accorgimenti interpretativi.
Purtroppo la regia, nonostante la cura e i bei costumi di Anna Kjellsdotter, non riesce a dare del tutto il massimo. La messa in scena approfondisce poco il personaggio del Battista, pur proponendo una netta rottura stilistica (un vero e proprio effetto di straniamento) quando lo vediamo puntato da un riflettore: un elemento che rompe con il mondo composto e rigorosamente settecentesco del resto della produzione.
L'aspetto più interessante, oltre alle bellissime arie musicali, è la prova offerta da Salomè, interpretata da Jiayu Jin. La vediamo giocare con una bambola, a piedi nudi nel vento; dimostra non solo un'ottima dizione e resa linguistica, ma anche straordinarie capacità interpretative nel delineare una figura forte, capace sia di sedurre sia di essere sedotta. Al contrario, la madre Erodiade (la bravissima Fanny Kempe) resta parecchio indietro, quasi in disparte e incapace di incidere. Salomè domina la scena: i suoi movimenti di lotta diventano un perfetto modello per rappresentare il conflitto tra una religione incapace di comprendere e una nobiltà legata a una sessualità esplicitamente negativa. Questo, a mio avviso, è il significato centrale dell'opera.
Sebbene il ruolo di Erodiade non sia centrale come quello di Salomè, resta comunque molto bello. Il ruolo di Erode, affidato al pur bravo Marco Saccardin, lascia invece un po' perplessi: non per un problema di recitazione o di presenza scenica, ma per come viene presentato. Il costume è poco curato e la corona è fin troppo semplice e poco espressiva; inoltre vi è, a mio parere, una scelta regia di farlo recitare e muovere il meno possibile. Ciononostante, resta un personaggio ideale per rappresentare l'autorità dell'epoca. Molto bravo, infine, anche il tenore Martin Vanberg, sempre a suo agio in questo tipo di ruoli.
Robert Fogelberg Rta