C'era una volta in Lapponia

Titolo originale: Koka Björn (Cucinare un orso)

Regia: Trygve Allister Diesen

Interpreti: Gustaf Skarsgård, Pernilla August, Simon J. Berger

Distribuzione: Disney+

Voto : Capolavoro

Poche produzioni scandinave sono state in grado, negli ultimi anni, di eguagliare il cinema danese, che è spesso capace di presentare veri capolavori. Tuttavia, Trygve Allister Diesen riesce in questa impresa con l'opera Koka Björn. In un ambiente agreste, o meglio forestale, il regista riesce a ritrarre quella che fu la Svezia dell'estremo nord a metà del 1800, alle soglie dell'industrializzazione.

È un nord disabitato, ma popolato da culture diverse e spesso in lotta tra loro per lo sfruttamento delle risorse. Un capitalismo liberale, influenzato da quello britannico ma anche francese, è rappresentato dalla tetra e libidinosa vedova Sjödal (originaria della regione di Stoccolma). Si tratta di una persona gretta e retriva, superata in antipatia unicamente dal poliziotto locale: il pomposo, violento e ottuso Brahe. Quest’ultimo, pur portando un nome nobile, ha il viso di Magnus Krepper e potrebbe essere inteso come una specie di "Re Ubu nostrano".

Da notare che questi personaggi parlano unicamente svedese, così come la classe intermedia rappresentata dal commerciante Lindemark. Quest'ultimo, libidinoso e avaro, corre dietro a tutte le gonnelle, ma possiede anche una parte sensibile resa in maniera stupenda da Jonas Karlsson, uno dei migliori "animali da cinema" svedesi. Questa sensibilità manca completamente al Dottor Severin, il cinico e sarcastico medico provinciale interpretato da Johan Widerberg. Figlio del noto regista, Widerberg ha sviluppato un'attitudine per personaggi pieni di bile e odio verso tutto e tutti.

Questi attori si muovono in un ambiente europeo: la tundra, il fjällen (in svedese), e le foreste. Il tutto è ottimamente fotografato da Aril Wretblad e ancor meglio montato come un crossover culturale con due influenze: lo "spaghetti western" e l'età d'oro del cinema scandinavo (tra cui le opere di Carl Theodor Dreyer e Friedrich Murnau).

Il ruolo dell'eroe, il pastore Læstadius, è interpretato stupendamente da Gustaf Skarsgård. È una specie di Faust, ma anche uno Sherlock Holmes e, nota bene, ha echi di Floki di Vikings. Possiede le capacità analitiche e la decisione del personaggio di Conan Doyle, unite a una forza mistica, anche se pagana (simile a Floki). Tra l'altro – e il buon Gustaf mi perdonerà – non l'abbiamo mai visto così giovane e pieno di capelli. Nutre un odio sincero per gli alcolici e un amore per la conoscenza, anche scientifica (autori come Voltaire e Rousseau), e ha una famiglia perfetta. Oltre a due bambini piccoli, la famiglia è composta dalla figlia Julia (con il viso della preadolescente Sigrid Johnson, anche lei in crisi mistica) e dalla bella moglie Britta Maria, interpretata dalla bravissima Ane Dahl Torp.

Fondamentale è il personaggio di Jussi, che ha il volto inusuale di Emil Karlsen, un ragazzo Sami (termine da preferire al vecchio e desueto "lappone", sul quale tornerò). Læstadius sa come parlare ai bambini – che sono brutalmente indottrinati a scuola – ai poveri e ai disabili, ma anche ai giovani con estrema severità, e sa muoversi tra i signori. Tuttavia, i signori non lo accettano perché il messaggio cristiano, nella sua essenza, può minare il loro dominio rozzo, brutale, cieco e retrivo. Un "fascismo" ante litteram che cercano di mitigare ma che, alla fine, precisamente come gli antenati vichinghi, chiede solo schiavi da sfruttare e brutalizzare.

I due poli antitetici sono l'artista portavoce della modernità, Beronius – che ha il fascino e il carisma di Simon J. Berger, un dandy avaro, gretto e libidinoso, non dissimile dal Näcken (spirito dei boschi svedesi) – e il figlio adottivo ed erede Jussi. Mentre il pastore rappresenta la Ragione, Jussi rappresenta la Natura, la voce della tundra. Jussi scappa, ma solo per scoprire che i Sami sono ancora più retrivi e cattivi nel loro ottuso razzismo rispetto agli svedesi.

Qui possiamo parlare delle vittime, sia dei brutali omicidi (molto ben congegnati), sia dell'oppressione di classe: i Mäkeli. Se i Sami vivono una vita nomade, i Mäkeli sono i finlandesi del nord-ovest, protestanti legati da tempo alla società svedese, con i suoi pregi e difetti, ma percepiti come una cultura aliena. Aliena per la lingua e per un modo di fare più vicino alla natura, a volte goffo e crudele, ma genuino. Troviamo figure come Rappe, il "buse" (termine svedese che indica un piccolo balordo), e le donne vittime. Dalla madre Kristina, una bravissima Elin Petersdottir, a quella che è l'eroina di quest’epopea: Maria. Interpretata dalla bellissima, forte e delicata Tyra Wingren, è una ragazza consapevole, moderna, ma anche un'atavica creatura dei boschi che possiede qualcosa di magico. Un ruolo bello, forte e intenso.

Questa è un'opera su un luogo poco conosciuto e molto interessante.

Robert Fogelberg Rota