Probabilmente nessuno leggerà questo articolo, ma intendo dedicarlo a una persona che resta lo zio di tutti quelli che parlano italiano: quello zio “giovane” che ti faceva apprezzare una chiesa barocca e la musica di Palestrina, e poi ti portava in discoteca, ti diceva “parla con quella” e ti faceva avere la prima relazione. Da notare che indico “discoteca”, non il bordello. Questo zio era il grande, unico Alberto “Albertone” Sordi.
Ho scelto di mettere una foto dove lui guarda il giornalista con grande professionalità, mentre Nanni Moretti ha uno sguardo imbarazzato. Premetto che, a parte i primi bellissimi film — la freschezza, la balbuzie tecnica voluta — non apprezzo il cinema di Nanni Moretti, mentre amo Sordi, anche se non tutto. Penso che questa polemica sia stata gonfiata e, soprattutto, esasperata oltre ogni misura. C’è un pregiudizio su Sordi come attore popolaresco, sprezzante della cultura, da cui sarebbero nati eccessi di ignoranza come i cinepanettoni, la televisione spazzatura e una regressione della società.
Questo è un pregiudizio duro a morire e come tale va trattato e analizzato, guardando la realtà oggettivamente. Moretti aveva bisogno, e forse ha tuttora bisogno, di analizzare questa realtà attaccando tutto e tutti, il che è rispettabile; ma l’analisi sociologica di Sordi era più profonda perché riguardava l’uomo, il borghese e il cittadino dall’interno.
Dopo l’avventura coloniale e militarista de I tre aquilotti, Sordi inizia a sviluppare una conoscenza di un mondo che cambia in maniera drammatica e cerca di adattarsi. Un adattamento che non significa qualunquismo, ma il tentativo di cogliere tutto al punto giusto. Si vede in due splendidi film dove Sordi descrive, con garbo e commedia, sia la classe contadina che quella dei padroni: il primo è Il mafioso, dove l'ingegnere emigrato a Milano torna al paese con una moglie disinibita e viene catapultato in un mondo simile a quello del Padrino, ma vero; poi abbiamo Il trasformista, che per le donne perde tutto.
Questi film sono quasi delle prove per Una vita difficile, che segna la fine degli ideali della Resistenza senza la sentimentalità e la comicità di Scola, in un’opera molto, forse troppo, amara. Un capovolgimento di Tutti a casa di Comencini, film drammatico ma anche comico, fino alle opere magne come Un borghese piccolo piccolo di Monicelli, con un finale aperto e amaro, dove la vendetta viene compiuta senza pensarci troppo.
Si arriva poi alle opere che indagano la borghesia più di ogni altra: La più bella serata della mia vita, opera bellissima che è la trasposizione di un racconto di Dürrenmatt, e lo stupendo Finché c’è guerra c’è speranza, dove il commesso viaggiatore venditore d’armi finisce per essere l’unica persona rispettabile in una situazione complicata. A questi si aggiungono le due rivisitazioni dei classici: Il malato immaginario, film sontuoso dove la Francia diventa Roma, e l’avventuroso L’avaro, dove l’Arpagone diviene un eroe nazionale popolare. Un film dove recita con il grande Christopher Lee in una sfida che ricorda quella di una delle migliori commedie sulla seconda guerra mondiale, l’anticoloniale I due nemici con David Niven.
Ai cultori del Sordi più intellettuale sembrerà strano che io non nomini La grande guerra; è un bel film, ma per me ha un difetto di sceneggiatura perché la fucilazione più logica doveva essere italiana, non austriaca. Un grandissimo artista, e basta. Da vedere e rivedere.
Robert Fogelberg Rota