El classico

La fortuna aiuta i fortunati: Mourinho e l'arte di vincere sempre

di Robert Fogelberg Rota

La fortuna aiuta gli audaci, si sa. Ma José Mourinho continua a dimostrare che nel suo caso la fortuna va di pari passo con una tattica precisa. Non sta a me ricordare che Mourinho sia uno degli allenatori più vincenti della storia: poco importa se il suo calcio è elitario, fatto di ottimi giocatori tatticamente rigorosi, a tratti super scorretti e persino "protetti" dagli arbitri — come si nota nella linea difensiva orchestrata con Konaté, Huijsen e soprattutto Cucurella.

Nell'ultima sfida, nonostante la presenza di talenti cristallini come Pedri e Lamine Yamal, Mourinho è riuscito a battere il Barcellona con merito. Lo ha fatto grazie a due gran gol di Kylian Mbappé — peraltro, secondo me, ben lontano dall'essere stato davvero determinante nell'arco della partita. La gara ha piuttosto evidenziato una debolezza tattica da parte di mister Hansi Flick: un allenatore bravissimo, capace di esprimere un calcio spettacolo trascinato da un ottimo Raphinha (sostituito in modo del tutto incomprensibile da Adeyemi) e da un bravissimo Gordon, che però ha lasciato fuori De Jong. Senza contare che al Barcellona manca ancora un vero sostituto di Lewandowski, una lacuna imperdonabile per un club che potrebbe permettersi di tutto.

Ma c'è un altro problema non da poco per chiunque affronti questo Real Madrid: la presenza del miglior giocatore al mondo, Jude Bellingham, coadiuvato da Diomande, oltre al contributo di giocatori come Camavinga e Tchouaméni che danno il massimo. E questo accade perché Mourinho è un mago. Non necessariamente per la bellezza del gioco, ma perché sa tirare fuori il meglio da qualsiasi calciatore — si veda l'uso impeccabile di Bernardo Silva —, impiegandoli come si deve, senza blocchi, senza problemi e soprattutto senza patemi. Con lui i giocatori sembrano vincenti nati: corrono e, anche quando sono fuori forma (come Valverde), danno l'impressione di fare sempre la cosa giusta e di non sbagliare mai.

È il vecchio gioco di aggrapparsi alla società e alla sua storia, accompagnato da quel "cinema" — come lo definisce Antonio Cassano (il quale, va detto, con Mourinho avrebbe probabilmente vinto un Pallone d'Oro):

  • il calcio spettacolo con il Porto;

  • il catenaccio perfetto con l'Inter del Triplete e della Champions League;

  • la solidità e le certezze con il Chelsea;

  • la stagione esaltante con la Roma, dove ha vinto una Conference League con un gruppo modesto e sfiorato l'Europa League;

  • l'ultimo Manchester United capace di alzare trofei.

La vera domanda oggi è: cosa porta Mourinho al Real Madrid? Porta la nobiltà, la tecnica, ma anche quelle "scorrettezze" e quella malizia che rendono questo club il più titolato di tutti.

Il dubbio semmai è un altro: quanto può durare? La Liga è un campionato lungo e difficile, e in Europa c'è una Champions League da conquistare contro colossi come il PSG. Una cosa però è certa: in un calcio ormai super-globalizzato, Mourinho porta stabilità. Il suo è il primo vero richiamo al calcio moderno degli anni Sessanta: campioni attenti a non perdere, ma dotati di tecnica ed estro eccezionali. E alla fine vince, magari anche con un pizzico di fortuna. Ma si sa, la fortuna aiuta solo chi ha il coraggio di essere audace.